Perché la musica è in grado di evocare in modo così potente e vivido i nostri ricordi?

Perché la musica è in grado di evocare in modo così potente e vivido i nostri ricordi?

La musica scandisce ogni età della nostra vita. Che avesse degli effetti benefici sul corpo lo abbiamo scoperto fin da piccoli, quando l’ascoltavamo e saltellavamo (la prima forma rudimentale di ballo). L’abbiamo fatto tutti, perché è naturale: siamo nati per la musica, lo conferma la scienza. Diventando grandi, abbiamo poi sperimentato altre sensazioni, più profonde e complesse, e la musica ha iniziato anche a farci commuovere.

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Abbiamo affinato i gusti, imparato a non giudicare quelli degli altri. Con i ritmi di lavoro giornalieri, sempre più stressanti, ci siamo poi rivolti alla musica pregandola di calmarci, rilassarci e farci ritrovare la concentrazione perduta. Perché la musica, tra i suoi tanti poteri, ha anche quello di far funzionare bene il nostro cervello. E spesso ci aiuta anche a uscire fuori da momenti difficili, come nel caso di questa violinista.

La relazione tra musica e cervello ha una potenza incredibile, nota fin dai tempi antichi. Pensa all’Iliade e all’Odissea, due opere che venivano tramandate di generazione in generazione soltanto attraverso la parola. Indispensabile per la loro fortuna è stata proprio la musica, quel poter cantilenare i versi per ricordarli meglio. Oggi pensiamo alle filastrocche che cantiamo da bambini e di cui ancora oggi ricordiamo quasi tutte le parole.

Ma se sappiamo bene come immagazzinare dati, informazioni, parole, non così semplice è compiere il processo al contrario. Non si può ricordare qualcosa solo chiedendolo al nostro cervello.

Con la musica, però succede qualcosa di straordinario. In maniera del tutto involontaria, un brano, un verso o anche solo un accordo destano antichi ricordi sopiti: e scatenano un fiume di emozioni. Questo vale sia per le canzoni belle che per quelle brutte.

Quella che viene stimolata dalla musica è la “memoria implicita”. Il professor Robert Snyder, dell’Art Institute of Chicago, durante un’intervista ha chiarito che questa “coinvolge differenti parti del cervello, rispetto a quella esplicita.” È un tipo di memoria “più robusto”, “meno consapevole”, che non viene sempre danneggiato nel caso di malattie come l’Alzheimer. È molto più potente e duratura rispetto a quella esplicita.

È questa la memoria che ci riporta indietro nel tempo, attraverso quel processo che viene definito dagli psicologi “reminiscence bump” (tradotto sarebbe “scontro di reminiscenza”). Questo “scontro” ci proietta spesso e volentieri agli anni del liceo o a quelli universitari: e non è un caso. È quello il periodo pieno di scoperte, in cui aumentiamo il ventaglio delle emozioni esperite: tutto diventa nuovo e pieno di significato, anche una semplice vacanza con gli amici, senza i genitori.

Quasi sempre le canzoni che stimolano la nostra memoria implicita sono di genere pop. Anche questo non è casuale. Sono le canzoni di sottofondo alla nostra vita. Quelle che ci sono entrate in testa in un preciso anno, dopo averle ascoltate in discoteca, nei pub, in casa di amici ecc.

Cretien van Campen, autore di “The Proust Effect”, ha studiato molto il tema della memoria implicita, partendo dalla “madeleine” dello scrittore francese della Recherche. Ma a differenza del gusto, l’ascolto musicale è “un’esperienza sociale che spesso condividiamo con i nostri simili”. Non solo ai concerti, ma anche alle feste, mentre chiacchieriamo. Inoltre, la musica accompagna anche i grandi eventi della vita, come i matrimoni o i funerali. Questo la rende piena di significato e di importanza.

Proprio grazie a questo potere le persone che, in seguito a traumi cerebrali, hanno perso la memoria, attraverso la musica possono “ricordare” qualcosa che si era nascosto. Una memoria più profonda che la musica è in grado di tirare fuori.

Immagine via Flickr