Come è nata

Come è nata "The Great Gig in the Sky" dei Pink Floyd

Basta anche soltanto il primo minuto di un pezzo dei Pink Floyd per coglierne tutta la loro grandezza. Poche battute di un pianoforte, un intervallo armonico semplice ed evocativo, e già sai che stai ascoltando un classico della musica. Poi arriva lo slide della chitarra che apre nuovi scenari, e capisci che sei di fronte a una pietra miliare del rock. Poi senti una voce che dice “E non ho paura di morire” seguita dal canto melodioso di una donna e non pensi più a niente mentre vieni trasportato dall’altra parte dello specchio.

[advertise id=”hello-amazon”]

Stai ascoltando The Great Gig in the Sky, uno dei capolavori dei Pink Floyd, brano tra i più famosi e amati. Un pezzo apprezzato soprattutto per la sua combinazione di musica e voce, simbiosi rara nel genere. Raccontare la sua genesi, per niente banale, ci aiuta a farci capire quanto è stato “magico” quest’incontro.

Il brano, contenuto nell’album The Dark Side of the Moon del 1973, all’inizio era stato pensato per essere soltanto strumentale, una specie di brano di raccordo tra la fine del lato A e Money, prima traccia del lato B, in versione originale. La struttura strumentale però non convinceva i musicisti, o meglio il loro ingegnere del suono: Alan Parsons.

È Alan a contattare la cantante Clare Torry per la parte di canto che si sente nella traccia definitiva. Clare Torry a quel tempo era una vocalist a contratto con la EMI che cantava cover di brani di grande successo. Clare ricorda l’incarico come un momento molto strano nella sua carriera.

Al telefono le chiedono di tenersi libera un giorno per una session, senza specificarle per chi o per cosa debba cantare. Una volta arrivata nello studio si aspetta un coro o altre due ragazze, ingaggiati per lo stesso scopo. E invece ci sono solo la band e Alan. A quel punto David Gilmour (“l’unico che mi seguiva in questo lavoro”) le dice che l’album al quale stanno lavorando è quasi terminato. In fretta le spiega i temi dell’album “la terra, la morte e tutto quello che ci sta in mezzo”, e quello che avrebbe dovuto fare: cantare e basta. “Cosa?”, chiede Clare, “Non ne abbiamo idea”, risponde David.

La prima prova è sconfortante: non sapendo da dove cominciare, canta “Oh yeah, baby, baby”. David le dice: “No, no, non vogliamo le parole”. Per renderle le cose più difficili, le impediscono di vedere anche gli accordi delle canzoni. Clare deve improvvisare nel vero e autentico senso del termine, seguendo la traccia a orecchio. “Volevano che io usassi la voce come un loro strumento“.

Dopo il successivo take, Clare è contenta del risultato, ma non David. Secondo lui può fare meglio. Le offre una birra, la fa sciogliere un po’ e Clare ricanta. Al termine è profondamente amareggiata, il risultato non le piace. Quando si toglie le cuffie e torna da Alan e la band le dicono che può anche andare. E così Clare si convince che il pezzo non vedrà mai la luce.

Clare molto professionalmente non ci rimane male. Qualche mese dopo nella vetrina di un negozio vede The Dark Side of the Moon. Rimane stupita dal trovarsi accreditata nel pezzo. Compra il disco, lo ascolta e, modestamente, si compiace dell’egregio lavoro. Anche troppo modestamente. Qualche giorno dopo Alan incontra Clare negli studi della EMI e le dice, tutto contento, che “l’album sta andando molto bene”, ma Clare non coglie al volo il riferimento e domanda incuriosita: “Quale album?”

Immagine via Flickr