Il video in cui Paul McCartney racconta i più grandi capolavori dei Beatles

Il video in cui Paul McCartney racconta i più grandi capolavori dei Beatles

Quest’anno Paul McCartney ha fatto diverse sorprese bellissime ai suoi fan. Quest’estate ci ha regalato una passeggiata musicale indimenticabile per le strade di Liverpool insieme a James Corden. È appena uscito inoltre il suo ultimo album, bello aldilà delle aspettative, Egypt Station.

Intanto in una lunga intervista per GQ, Paul racconta aneddoti anche molto divertenti, come quello sui Beatles, negli studi di Abbey Road, che andavano a fumare le canne senza farsi vedere da George Martin, nascosti nella camera d’eco… perciò in silenzio. E in un video di mezz’ora svela i retroscena di alcune delle più belle canzoni dei Beatles scritte da lui.

Delle centinaia di canzoni accreditate al duo Lennon-McCartney, frutto anche della loro determinazione nel voler chiudere ogni sessione portando a casa un pezzo—e appena tre ore, ricorda, gli bastavano: testo e musica—la prima che McCartney scrisse è I lost my little girl: aveva 14 anni e una chitarra da poco. Neanche dieci anni più tardi, sarebbe stato l’autore di una delle melodie indimenticabili dei Beatles, Yesterday. La melodia, come Paul ha già ricordato altre volte, gli venne in sogno, e senza un testo. Perciò si lanciò sul pianoforte per fermarla nella memoria, e la intitolò temporaneamente alle uova strapazzate dell’imminente colazione. “Scrambled eggs, oh, my baby how I love your legs…”

Come quattro note di George Harrison trasformarono una canzone

Oltre a quelle assieme a Lennon, McCartney ha scritto altre centinaia di canzoni (l’ultimo Egypt Station è il suo diciottesimo album solista in studio). Lo ammette volentieri: ne dimentica tantissime. Ma alcune cose non si possono dimenticare. Come quella volta che portò in studio I love her per farla sentire agli altri, era il 1964. George Martin disse che serviva assolutamente un qualcosa che introducesse la canzone. Mentre gli altri erano seduti a pensare, George Harrison se ne uscì con il semplice inciso di quattro note che tutti conosciamo:

Se la pensi senza il riff, I love her non sarebbe buona neanche la metà di quello che è. Senza quell’intro, la canzone non sarebbe nulla.

Il pazzesco interludio di “A day in the life”

Paul prosegue ricordando le persone che hanno innescato la sua immaginazione, come le anziane signore conosciute da bambino che hanno ispirato il personaggio di Eleanor Rigby (da Revolver), la vecchia solitaria che raccatta il riso sul sagrato di una chiesa dove è stato celebrato un matrimonio. Quando è il turno di parlare di Sgt. Pepper’s, Paul si concentra su A day in the life.

Spesso lui e Lennon palleggiavano con le idee. Invece di esaurirsi pensando a come risolvere un’idea, la passavano all’altro che ci lavorava su un pochino, poi gliela rilanciava se non l’aveva risolta, e così via. A day in the life l’aveva iniziata Lennon, con la prima strofa, “I read the news today, oh boy”, etc. Passandosela, erano arrivati alla fine della seconda strofa, poi alla terza.

Arrivati a metà pezzo, non sapevano bene che fare: gli venne voglia, per gioco, di allungare le vocali sulle parole “turn you on”. Paul allora immaginò la psichedelica sezione centrale, che poi sarà realizzata in studio con una grande orchestra. McCartney, come si sente effettivamente nel pezzo, chiese agli archi di partire dalla nota più grave del proprio strumento e di arrivare alla più acuta. George Martin si incaricò di rendere accettabile ed eseguibile questa richiesta per i musicisti.

Helter Skelter e l’invidia per gli Who

Dopo aver raccontato la nascita di Hey Jude, McCartney passa al White album, uno dei grandissimi dischi usciti nel 1968, e ricorda Helter Skelter. In una rivista musicale, Paul aveva letto che gli Who se ne erano usciti con un pezzo molto heavy, e Pete Townshend si vantava di aver composto il brano più rumoroso di sempre, il più “sporco” di sempre. Qual era il brano? Beh, Paul dice di non saperlo nemmeno: aveva letto solo la recensione, e questo bastò perché corresse in studio per convincere gli altri a registrare un pezzo ancora più rumoroso e più “sporco” di quello degli Who. Noi invece, forse, sappiamo che pezzo è.

Probabilmente Paul aveva sfogliato un numero di Melody Maker in cui, in una recensione di The who sell out (1967), si definiva I can see for miles la più rumorosa e sporca canzone eccetera. Come che sia, una cosa è certa: bastava poco per far venire voglia ai Beatles di non darla vinta a nessuno.

A proposito del White album, McCartney ricorda:

Non ci sono due pezzi uguali. Mentre molti artisti trovano una formula e improntano su di essa tre singoli di fila, noi eravamo ragazzi, e ci saremmo annoiati a fare questo. […] La cosa peggiore per noi sarebbe stata di sederci nello studio annoiati. Perciò cambiavamo continuamente per fare qualcosa di diverso. Insomma, avevo questa cosa, Helter Skelter. La facemmo. Era davvero ruvida, era urlata. Ma è stato bello farla […]. Mi chiedo se le band del nascente heavy metal l’abbiano ascoltata e poi abbiano pensato: la strada è questa.

Qui puoi vedere tutta l’intervista a Paul McCartney.

Immagini: Copertina