Quando i Pink Floyd erano la colonna sonora del cinema italiano

Quando i Pink Floyd erano la colonna sonora del cinema italiano

La musica dei Pink Floyd ha incrociato spesso l’Italia, prendendo strade insolite. Se sei un fan dei “re del rock”, dovresti conoscere il Live at Pompeii, in cui il gruppo – già orfano di Syd Barrett, ma non ancora giunto alla realizzazione di The Dark Side of the Moon, uno degli album musicali più belli di sempre – eseguiva alcuni dei suoi brani migliori nell’anfiteatro deserto del sito archeologico campano.

Se poi non sei giovanissimo, ricorderai con nostalgia la sigla della storica trasmissione sportiva Dribbling: era il frammento di una canzone dei Pink Floyd, One of these days, dall’album Meddle.

Ma c’è un’altra occasione in cui i Pink Floyd e l’Italia si sono incontrati, ed è una circostanza speciale: la realizzazione della colonna sonora di Zabriskie Point (1970), l’unico film di Michelangelo Antonioni girato negli Stati Uniti. Questa collaborazione, irripetibile e travagliata, ha dato vita a un vero e proprio “album fantasma” dei Pink Floyd datato 1969, spezzettato e disperso in vari bootleg nel corso degli anni seguenti. Oggi lo rimettiamo insieme, te ne raccontiamo la storia, e te lo facciamo ascoltare come si deve.

Zabriskie Point, un film controverso

Zabriskie Point è uno dei tre film di Antonioni in lingua inglese. Il titolo si riferisce a un luogo desertico della Death Valley che il regista prese a metafora della società contemporanea, non solo americana. La trama è semplicissima e procede per scarti quasi casuali: Mark, un ragazzo ritenuto erroneamente autore di un omicidio durante una contestazione, fugge da Los Angeles con un aereo da turismo atterrando a Zabriskie Point. Lì incontra casualmente Daria, una segretaria d’azienda, e nel deserto i due si amano senza secondi fini per una giornata. Si separano quando Mark parte per restituire l’aereo: tornato a Los Angeles verrà ucciso dalla polizia. Appresa la notizia dall’autoradio, Daria sogna di far esplodere con la mente case, uffici, frigoriferi, biblioteche, prima che il sole tramonti.

[La scena finale del film]

Il film, criticatissimo alla sua uscita (in America, il critico Roger Ebert scrisse che Antonioni “non capiva i giovani”), è diventato nel tempo opera di culto, ispirando molti registi e molte band, tra cui gli Oasis, che l’hanno omaggiato in un videoclip. Del resto il finale di Zabriskie Point è uno dei più celebri della storia del cinema: e sì, in sottofondo ci sono i Pink Floyd.

Antonioni e i Pink Floyd

Precisamente, è una traccia psichedelica chiamata Come in Number 51 (your time is up).

Si tratta di una versione alternativa della più nota Careful with that axe Eugene, dall’album Ummagumma, il quarto dei Pink Floyd. Il sessantenne Antonioni, infatti, si era innamorato della musica dei quattro ventenni inglesi. Nel libro Pink Floyd. Storie e segreti si racconta che li avesse ascoltati per la prima volta nel 1966, dal vivo a Londra, mentre vagava per la città insieme a Monica Vitti. Per la colonna sonora Antonioni aveva incontrato per primi i Doors, che registrarono per il film la canzone L’America. Ma il pezzo non piacque al regista italiano che nel frattempo ascoltava ossessivamente Ummagumma, passatogli dalla sua sceneggiatrice: a riprese ultimate, propose dunque al manager del gruppo inglese una collaborazione. I Pink Floyd, eccitati dall’impresa e dalle prospettive di notorietà, incisero molti pezzi. Uno di questi è un bellissimo strumentale utilizzato per i titoli, Heart Beat, Pig Meat, in cui i Floyd esibiscono per la prima volta un loro marchio di fabbrica, il suono del battito cardiaco.

Stranamente, alla fine Antonioni optò per una colonna sonora compilativa, piena di brani di altri—tra cui i Grateful Dead, i Rolling Stones, Roy Orbison – con tre sole canzoni dei Pink Floyd. Oltre ai già citati brani iniziale e finale, c’è un pezzo country-psichedelico, Crumbling Land.

E tutto il resto?

Zabriskie Point: l’album “fantasma” dei Pink Floyd

Tutto il resto, come sempre in questi casi, è andato gradualmente disperso in rarità discografiche, con titoli ogni volta diversi. Iniziamo con la bella traccia strumentale che il tastierista Richard Wright – autore, con Clare Torry, della celebre The Great Gig in the Sky – aveva composto per il finale di Zabriskie Point, ma che Antonioni reputò inadatta perché troppo meditativa. È una vera rarità, e probabilmente ti suona familiare: diventerà infatti la Us and Them di The Dark Side of the Moon.

Un po’ meno rare sono quattro tracce contenute in una riedizione del 1997 della colonna sonora. Anzitutto una jam d’atmosfera indicata come Unknown Song.

Poi un bellissimo solo tastieristico di Wright – che ricorda la musica di Debussy e di Satie – noto come Love Scene version 4.

Ancora, un blues strumentale. Infine una canzone vera e propria, Country Song. Da questa si comprende il valore storico di queste canzoni “perdute”, testimonianza importante di un cambio netto nel sound dei Pink Floyd: dalla fase psichedelica a quella più progressive di The Dark Side of the Moon. Difatti, Country Song talvolta ricorda la classica Time.

Ma non è finita qui. Pochi mesi fa è uscito un cofanetto che contiene infinite rarità del repertorio dei Pink Floyd dal 1965 al 1972 (tra cui un capolavoro proto-punk di Syd Barrett, Vegetable Man): ci sono ben 16 outtake dalla colonna sonora di Zabriskie Point.

Per approfondire: Buona parte dell’album fantasma dei Pink Floyd lo trovi nella più recente edizione della colonna sonora di Zabriskie Point: ci sono i tre brani che compaiono nel film, più quattro tracce extra. Nel cofanetto vastissimo (e costosissimo) The Early Years, puoi reperire invece le molte outtake mai comparse su cd (le trovi anche su Spotify). Il brano di Richard Wright noto come The Violent Sequence invece si trova su un box set dedicato a The Dark Side of the Moon. Il Live at Pompeii è disponibile in più formati.  

Immagini: copertina [fonte: Wikimedia Commons]