Ascolta i migliori 50 album post-punk, tutti in una playlist da 800 canzoni

Ascolta i migliori 50 album post-punk, tutti in una playlist da 800 canzoni

Come il “postmoderno” in letteratura, anche il cosiddetto post-punk, per quanto riguarda la musica, è un grande contenitore. In diversi scenari urbani, nel Regno Unito (Londra, Manchester, Leeds, la Scozia), e negli Stati Uniti (soprattutto New York), in altrettante scene musicali, molte band, fra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80, scoprono vie d’uscita dalla pura aggressività punk.

Si provano miscugli inconsueti, del pop col reggae, dell’elettronica col rock, con risultati spesso ballabili. Altre volte invece dichiaratamente contro il “groove”. Un agglomerato di intuizioni e di suoni non così bianco come il punk, e in cui anche le musiciste hanno avuto un ruolo fondamentale.

La rivista Paste ha realizzato una lista dei migliori 50 album post-punk armonizzando le opinioni dei redattori. Il sito Openculture l’ha “concretizzata” in una playlist Spotify di quasi 800 canzoni. Se conosci già questa musica, sarà un bel viaggio magari “nostalgico”, in cui non mancherai di notare alcune omissioni, o inclusioni apparentemente poco giustificabili. Se invece non la conosci, sarà un modo ideale per avvicinarsi ai suoni di un’epoca inquieta e caotica della storia della musica popolare. E, se ti interessa, dopo potrai procurarti il grosso libro di Simon Reynolds dedicato all’argomento.

Com’è fatta la playlist

Aderisce alla classifica. Inizia dal cinquantesimo album in classifica, Rip it up del gruppo scozzese Orange Juice, e termina con quello al primo posto, il glorioso Marquee Moon dei Television. La linea di basso di “Elevation” è incisiva quanto quella di “Money” dei Pink Floyd, o di “Come Together” dei Beatles.

Nella playlist ci sono molte band celebri di quegli anni, a partire dai gruppi da cui solitamente si inizia a “datare” il post-punk: i PiL di John Lydon, già “Johnny Rotten”, e Siouxsie and the Banshees. Entrambi esordiscono nel 1978.

Fra i più grandi, per gli Stati Uniti ci sono i due bizzarri e nervosi gruppi dell’Ohio, Devo e Pere Ubu. Per l’Inghilterra, The Fall, poi i Joy Division (con entrambi gli album) dalla scena di Manchester, e conseguentemente i New Order. Troviamo, immancabilmente, i Talking Heads, presenti con il secondo e il quarto disco, Remain in Light. Fosse stato per noi, li avremmo inclusi tutti, compreso l’omonimo primo album del ’77.

Sono giustamente presenti poi, e in posizioni alte, band meno famose ma, nel panorama post-punk, imprescindibili. Fra gli inglesi, almeno gli abrasivi Wire e i Gang of four. Statunitensi, i Minutemen, gli Hüsker Dü, gli anarchici e spiritati Violent Femmes.

I due gruppi femminili più importanti del post-punk, entrambi britannici, sono nella classifica di Paste. The Slits, formatosi nel 1976, e The Raincoats, nato nel 1977. Di queste ultime, l’omonimo album d’esordio era, notoriamente, uno dei preferiti di Kurt Cobain.

I famosissimi

Passiamo ai gruppi strafamosi. Come i Cure, con l’album Pornography. I REM, con Murmur. Nick Cave & The Bad Seeds con il loro primo album, che si apre con una cover allucinante di una delle più belle canzoni di Leonard Cohen, Avalanche. Ci sono anche i Police, e perfino gli U2 entrano in classifica, con Boy. Certamente è una classifica molto eterogenea: naturalmente, non c’è alcun punto di contatto, sotto l’aspetto della sperimentazione, fra gli U2 e, diciamo, i Sonic Youth (al trentanovesimo posto con l’LP Sister).

Non poteva mancare un gruppo glamorous come Echo and The Bunnymen. The killing moon e Nocturnal me, le due hit della band di Liverpool arrivata al successo nel 1984 con l’album Ocean Rain, sono note anche per essere state coverizzate e sfruttate in film e serie tv che cercano di recuperare “atmosfere anni ’80”, fedeli o laccate.

Gli Smiths spuntano fuori più di una volta: e The Queen is Dead si piazza al secondo posto in classifica.

Post-punk?

Restiamo in Inghilterra. Menzione speciale per gli album di due gruppi amabili, raffinati, difficilmente etichettabili. Che proprio “post-punk” non sono. Più vicini alla new wave gli XTC, con il disco power-pop Skylarking (basta ascoltare la bella 1000 Umbrellas). Non si saprebbe invece come definire l’album Spirit of Eden dei Talk Talk, in bilico fra l’attitudine progressiva, il cosiddetto “post-rock”, e la facile melodia.

Ti invitiamo infine a cercare nella playlist due voci femminili particolari e diversissime. Anzitutto, quella della giovane Alison Statton, voce degli stravaganti Young Marble Giants. Un piccolo trio di provincia, autore di un solo album di canzoni brevi nel 1980, Colossal Youth. Sentiamo solo un organetto elettrico, un basso slap, chitarra, batteria elettronica, la voce ironica, timida della cantante. Il risultato è stranamente esaltante. Una serie di limpide canzoni-giocattolo, fra blues sgranocchiati e parodie di ritmi latini, nonché del punk stesso.

C’è qualcosa di infantile anche nella voce educata di Elizabeth Fraser. Che allo stesso tempo sembrerebbe attraversata dalla pazzia. Anche a causa dei testi volutamente insensati, o incomprensibili, da lei scritti per le canzoni dei Cocteau Twins. Nella classifica di Paste con il loro secondo album, Treasure.

Immagini: Copertina|