Portishead, guida per principianti

Portishead, guida per principianti

Gli appassionati di musica spesso si portano attorno un’ossessione tassonomica, come se i dischi fossero organismi fossili da classificare scientificamente. Ciò si manifesta ad esempio quando si pensa ai Portishead, il gruppo che si fa coincidere di solito, con Tricky e i Massive Attack, al “sound di Bristol”, che hanno contribuito a diffondere (la scena underground di Bristol negli anni 90′ ruota soprattutto intorno al trip-hop e al graffitismo, Banksy viene da lì).

La musica dei Portishead è trip-hop? È dark-waveNoise, di tanto in tanto? Rock sperimentale, alternativo? Non si saprebbe dire bene. Perché i “generi” appaiono e scompaiono nelle canzoni dei Portishead, una band per cui l’arrangiamento e il mood sono il messaggio. Ascoltando, fra i primi successi, il blues imbottigliato di Glory Box, viene in mente, nel senso più comprensivo, il post-rock.

Portishead, una storia semplice

I Portishead all’inizio sono un duo che, subito dopo la pubblicazione del primo album, con Adrian Utley diventa un trio, immutato fino a oggi. Geoff Barrow, 21, e Beth Gibbons, 27, si incontrano nel 1991 al centro per l’impiego di Bristol. Lui è un dj e produttore con una passione per le colonne sonore di John Barry (saga di James Bond) ed Ennio Morricone. Lei canta nei locali cover di Janis Joplin e dei Fleetwood Mac. Nascono i Portishead, dal nome della cittadina sonnachiosa in cui Barrow aveva passato l’infanzia. Nel 1994 incidono, col supporto di Adrian Utley e del tecnico Dave McDonald, l’album d’esordio, Dummy.

Beth Gibbons, via

Beth Gibbons, via

L’azione del gruppo sul materiale musicale è indiretto. Basi hip hop rallentate. Rock diluito. Jazz e ambient allusi. Puntine retromaniache che solcano vinili. Sample che offrono parodistiche sfumature noirCome nel caso di Sour times, paradigmatica.

La voce stessa di Beth Gibbons, scarna ma dotata di un’aggressività latente, disorienta: cantando i propri versi solipsistici su amori alla deriva, Gibbons allude spesso a una vocalità che apparentemente non le apparterrebbe. Quella drammatica, di timbro scuro, delle cantanti soul e jazz.

Il secondo album

Il secondo, omonimo album dei Portishead esce tre anni dopo. Il rischio di un gruppo musicale che parla un linguaggio così “privato” è quello di arrivare presto al manierismo, e questo disco vi si avvicina. Se possibile l’album del 1997, per cui i Portishead confezionano da sé i sample, è ancora più cupo e appiccicoso del primo, ma in compenso un po’ meno abrasivo. Contiene diversi brani stupendi. Come la melodrammatica “Humming“, che sembra ispirata alle colonne sonore di Bernard Herrmann.

E il singolo “All mine“. I Portishead sono famosi anche per i videoclip stranianti. Quello di All mine è il campione della categoria. La sincronizzazione labiale ci mostra una bambina cantare il brano in uno studio televisivo italiano degli anni ’60, rifatto sulla falsariga di quelli RAI di “Canzonissima” (a un certo momento compare anche l’assurda scritta “Ci scusiamo per la povera qualità del suono”). Il tutto inserito in un contesto fantascientifico-paranoico incomprensibile.

Tre album in ventitré anni

Il laconico trio attende dieci anni a pubblicare il terzo album, da cui ormai ci separano altri dieci anni senza che sia stato pubblicato altro. Si chiama semplicemente “Third“, come altre “terze uscite” nella storia del rock, quelle dei Big Star o dei Soft Machine ad esempio. Pure la copertina è scarna. Riporta solo il marchio della band, la grande P. L’album si rivela diverso dai precedenti. Il caratteristico downtempo di Dummy e Portishead, che da “aura”, dopo un po’ di ascolti, rischiava di trasformarsi in fumo negli occhi, è piuttosto distante. “Third” è più suonato, ci sono più chitarre, e più synth. Anche solo il singolo The Rip, il brano forse più bello insieme alla martellante “Machine gun“, indica che vale la pena ascoltarlo per intero.

“Third” è probabilmente il disco più arduo dei Portishead. Il brano più sorprendente è per voce, ukulele, e un coretto di voci filtrate (riprende un pezzo cantato da Steve Martin nel film “The Jerk”). Un trip di appena un minuto e mezzo che erode ogni luogo comune sulla musica dei Portishead.

I video live sono tratti dal concerto del 1997 al Roseland Ballroom di New York. Da cui sono stati tratti un CD e un DVD. Nel 2002 Beth Gibbons ha pubblicato insieme al bassista dei Talk Talk Paul Webb (“Rustin Man”) un bellissimo album intitolato Out of season.

Immagini: Copertina|