Dalla PFM alle Orme: le più grandi band del progressive rock italiano

Dalla PFM alle Orme: le più grandi band del progressive rock italiano

Quella del progressive rock è stata una stagione importante della musica italiana. In nessun Paese europeo fuori dall’Inghilterra, questo genere di “rock” in cui spesso (ma non sempre) le tastiere elettroniche erano più rilevanti della chitarra, attecchì come da noi.

Diffondendosi enormemente per i vari festival pop, gangli del movimentismo di cui Gianfranco Manfredi nel 1976 canterà l’elegia agrodolce, “Un tranquillo festival pop di paura”.

Le classifiche dei dischi più venduti nei primi anni ’70 danno un’idea della pervasività del “prog” in Italia. Accanto a Mina, Celentano, Aznavour, John Lennon, c’erano i Genesis, i King Crimson, gli Yes, gli Emerson Lake and Palmer, i Van Der Graaf Generator: in posizioni alte.

Nonostante gli (sporadici) apprezzamenti successivi da parte di musicisti di tutt’altro genere—Kurt Cobain riteneva “Red” dei King Crimson il più bel disco di sempreJohnny Rotten era un fan di Peter Hammill—il progressive, una volta concluso bruscamente il suo ciclo, non è più “tornato di moda”. Oggi l’opinione comune lo ritiene musica ampollosa e prolissa, da lasciare ai soli appassionati che l’hanno vissuta in prima persona, decenni fa. Ma, nei casi migliori, i gruppi prog erano vitali sperimentatori. Non c’è neanche bisogno di frugare nell’underground per accorgersene: basta ascoltare un vecchio live dei King Crimson.

Sotto il culto per il concept album, le “suite” di 20 minuti, i tempi dispari, c’era nelle abitudini (e nei vizi) del prog uno sfondo di sincerità e di curiosità. Voglia di oltrepassare il luogo comune, il suono comune, il minutaggio comune della canzone. Solo in quella temperie un gruppo italiano famoso avrebbe potuto pubblicare come lato b di un 45 giri, un pezzo che, visto da un certo punto di vista (sicuramente limitante) è un esercizio per batteria.

Gestuale, retorico, il progressive era un “genere” perfetto per l’Italia. All’epoca lo si definiva il “nuovo” pop italiano. Agli esempi inglesi si aggiunse, talvolta, ulteriore formalismo classicheggiante e gusto melodico autoctono. “Senza orario senza bandiera” dei New Trolls è considerato il primo concept album del prog italiano: i testi sono lavorati da De André. Il disco esce nel 1968, stesso anno di “Tutti morimmo a stento”.

Ma quali sono gli altri gruppi più importanti del progressive italiano?

PFM

Il gruppo milanese è il più rappresentativo del progressive italiano. L’unico a ottenere un po’ di successo anche all’estero: per il mercato inglese uscì anche una sorta di best of nel 1973 con una selezione di pezzi tradotti in inglese dal paroliere dei King Crimson. Storia di un minuto, del 1972, è il primo e forse il più bell’album della PFM “progressiva”: Franco Mussida alla chitarra, Flavio Premoli alle tastiere, Franz Di Cioccio alla batteria, Giorgio Piazza al basso e Mauro Pagani ai fiati e al violino. Insomma, un supergruppo. Eccezionale dal vivo all’epoca.

Il disco contiene il pezzo notissimo, Impressioni di settembre, e la tarantella È festa. Seguono altri due dischi importanti. Per un amico, del 1972. E il raffinato L’isola di niente (1974), che contiene la ballata “Dolcissima Maria”. Un pezzo che fece innervosire Demetrio Stratos: riteneva “stupido” il cantare una canzone del genere mentre “buttano le bombe a Brescia”.

Banco del Mutuo Soccorso

I romani del Banco erano musicisti di altro genere. Oltre che “molto preparato”, come lo definisce Renzo Arbore nel video qui sotto, il gruppo era francamente militante. Il Banco era all’epoca sciolto da legami evidenti con la musica inglese. L’attitudine “progressiva” del gruppo è tutta italiana: nei ritmi, nelle melodie, nell’espansività. Il carisma del gruppo era garantito dalla voce inconfondibile, di grande estensione, del barbuto Francesco di Giacomo, e dalla mole della sua persona. Ma la forza musicale del Banco si deve soprattutto alla furia creativa del (principalmente) pianista Vittorio Nocenzi, grande, eclettico musicista che fondò il gruppo a diciott’anni.

Il disco più noto del Banco è il primo, per via dell’iconico salvadanaio in copertina, sinonimo di “prog italiano”. Ma forse sono più interessanti i due successivi, il concept Darwin e Io sono nato libero, che contiene la canzoncina acustica Non mi rompete e la lunga Canto nomade di un prigioniero politico, composta in memoria del Golpe cileno.

Francesco di Giacomo (1947-2014). Via

Francesco di Giacomo (1947-2014). Via

Le Orme

Tony Pagliuca (tastiere), Aldo Tagliapietra (voce, basso, chitarra) e Michi de Rossi (batteria) erano, a partire dal 1970, Le Orme. Il terzo dei “pesi massimi” della scena italiana. Il complesso veneziano è il più meditativo, il più gentile e il meno tecnico dei tre, almeno nel senso esibizionistico. Nonché, in un certo senso, il più sfasato nel clima contestatario dell’epoca (Tony Pagliuca è cattolico).

Il loro primo disco, Collage, realizzato nel 1971 dopo un viaggio di Pagliuca a Londra, che gli ha permesso di conoscere direttamente la scena inglese, inaugura il progressive italiano. Realizzeranno anche loro, nel 1973, un concept: Felona e Sorona. Le Orme si distinguono per la validità delle idee musicali, significative e mai astruse, sia nei pezzi più complessi—come negli strumentali Evasione Totale Alienazione—che nei brani che si inchinano al pop e alla forma canzone più tradizionale. In queste, Le Orme mostrano un grande talento melodico. Frutto Acerbo, ad esempio, è una bellissima canzone italiana.

Osanna

Quando nel 1971 dai “Città Frontale” esce il tastierista Gianni Leone ed entra il flautista Elio D’Anna, nasce il gruppo più importante della scena partenopea. Gli Osanna sono una delle non poche formazioni del panorama napoletano, vivace e incasinato, in cui, per restare al progressive, ci sono anche il Balletto di Bronzo, i Saint Just di Jenny Sorrenti e il suo più famoso (in seguito) fratello Alan Sorrenti.

Il disco più importante degli Osanna è l’album Palepoli del 1972. Due suite separate da un breve interludio. Palepoli è una concrezione musicale ancora oggi, per quanto appaia datata, sorprendente. Inserti chitarristici alla Genesis e passaggi di mellotron e flauto che riportano immancabilmente ai King Crimson, urtano contro momenti hard rock, incrociano fumisterie folkloristiche, perfino il vociare del mercato. Con un risultato apparentemente informe, che rende consapevolmente l’immaginaria sovrapposizione di Napoli e Parthènope.

Con Luis Bacalov gli Osanna realizzarono la colonna sonora di Milano Calibro 9.

Gli Area, Franco Battiato

Ai grandissimi Area abbiamo già dedicato una guida all’ascolto. Li inseriamo nella nostra rassegna perché sono stati anche un gruppo progressive rock. Ma i singolari percorsi dei membri del gruppo, il fortissimo coinvolgimento ideologico, la produzione di Gianni Sassi, fa della loro musica, fin dall’esordio Arbeit Macht Frei, un “coagulo” di esperienze diverse. Che non merita di ricevere una sola etichetta.

Merita almeno un cenno anche il Franco Battiato “progressivo”. Perché in due anni, 1972-73, ha realizzato tre album bellissimi. Unendo sperimentazione elettronica (soprattutto con un VCS3), testi provocatori e sarcastici, belle melodie. Sono Fetus, Pollution e Sulle corde di Aries.

Abbiamo lasciato fuori, per forza di cose, un’infinità di gruppi di valore. Se per approfondire cerchi un “catalogo” di dischi, va bene “Progressive&Underground” di Cesare Rizzi, una sorta di dizionario critico. Più interessante il taglio narrativo dei capitoli dedicati al progressive italiano nel bel libro di Valerio Mattioli, “Superonda. Storia segreta della musica italiana”. Ci sono, inoltre, i due volumi di Francesco Mirenzi, “Rock progressivo italiano”.

Immagini: Copertina