I Pulp di Jarvis Cocker: uno dei gruppi simbolo degli anni Novanta

I Pulp di Jarvis Cocker: uno dei gruppi simbolo degli anni Novanta

Quasi tutti i gruppi più famosi del britpop—Suede, Verve, Blur, Oasis—si formarono fra la fine degli anni ’80 e i primi ’90 (fino ai Travis, nel 1995). I Pulp, invece, uno dei gruppi simbolo degli anni ’90, si formarono intorno al 1978.

La storia dei Pulp è accidentata. Il primo album—inciso dopo un passaggio del 1981 negli studi della BBC, per una session di John Peel—uscì quasi un anno prima del primo album degli Smiths. Il primo vero tour della band, tuttavia, avrà luogo soltanto undici anni dopo. E il vero successo arriverà ancora dopo, a partire dal 1994. Appena sei anni più tardi, nel 2001, il gruppo—attualmente inattivo piuttosto che sciolto—avrebbe pubblicato il suo ultimo album. “We Love Life”.

I primi anni dei Pulp

La formazione più nota della band di Sheffield è quella di “Different Class”: Jarvis Cocker, Candida Doyle, Russell Senior, Mark Webber, Steve Mackey, Nick Banks. Per tutti i primi tempi però, l’unico punto fermo è stato il frontman Jarvis Cocker: istrionico, blasé, monologante, grande autore di testi. Traballante il resto della line-up. Erano continui i cambi di formazione.

Quando esce inosservato il primo disco, il leggero It, i Pulp sono tutti adolescenti, vanno a scuola insieme. Il secondo, più cupo Freaks, è del 1987. C’è nelle canzoni un gusto compilativo: accenni di new wave (la voce di Jarvis Cocker talvolta ricorda Robert Smith dei Cure), del glam di Bowie, degli anni Sessanta, il folk revival, Scott Walker, i Beatles, i Velvet Underground.

Il terzo disco, Separations, è del 1992. Neanche questo è un successo, ma la stampa musicale inizia a interessarsi ai Pulp. Rispetto ai precedenti il suono è più “sintetico”, ci sono la musica house e il pop elettronico fra i punti di riferimento, che formano un miscuglio strano con la vena da cantautore incattivito di Jarvis Cocker. Che in Don’t you want me anymore fa Leonard Cohen. Iniziano qui le prove del registro “melodrammatico” che emergerà in “This is Hardcore”.

Il successo improvviso

Quando ancora non è uscito Separations, i Pulp cambiano casa discografica e pubblicano un singolo, O.U. Inaspettatamente vengono paragonati agli Suede, che con The drowners  “inauguravano” in quel momento il britpop. È  un attimo: sono britpop anche i Pulp.

Firmano per una major, la Island. Pubblicano come singolo l’agrodolce Babies. Un grande pezzo che eseguivano live già da anni. Poi l’album His ‘n’ hers. Lipgloss, She’s a lady, Happy endings, Pink Glove, Do you remember the first time: nel quarto album dei Pulp non c’è una brutta melodia.

In His ‘n’ hers non passa inavvertita la caratteristica peculiare del gruppo, dovuta all’unico autore dei testi: la qualità stridente, quasi sgradevole del rapporto testo-musica. Il tentativo, afferma Jarvis Cocker, di coniugare strutture da canzone “pop” piuttosto convenzionali e argomenti a esse “inappropriati”, provoca naturalmente una frizione tra testo e musica.

Different Class, l’album degli anni Novanta

Nel 1995 esce Different Class. Da gruppo seminascosto che erano, i Pulp si prendono tutta la scena. Due eventi, uno precedente e uno successivo al disco, ne incorniciano il successo. La sostituzione degli Stone Roses a Glastonbury, giugno 1995. E, ai Brit Awards del 1996, l’invasione di palco di Jarvis Cocker, che sventola le natiche rivolte al pubblico, durante l’esibizione di Michael Jackson. Fatto che lo rese ulteriormente famoso.

Generazionale e classico insieme, Different Class è trainato da Common People. Ragazzo della classe lavoratrice (forse: Cocker è sempre ambiguo) scarica la sua invettiva sulla ragazza posh che gli chiede di accompagnarla a vedere i posti “autentici”, cioè quelli frequentati dalla “gente comune”.

Ma tutto il disco in realtà è pieno di canzoni indimenticabili. Da quelle in cui il cantante interpreta il ruolo del guardone (I spy, Underwear). Alle celebri Mis-shapes, inno del perdente, e Disco 2000. Fino alla conclusiva Bar Italia, desolato comedown al termine di una festa.

This is Hardcore e la fine dei Pulp

La sardonica ballata con testo a doppio senso, Help the aged—una contorta Stand by me—ci introduce a quello che “la critica” ha sempre considerato il disco maturo, adulto dei Pulp. C’è in effetti uno scarto improvviso fra This is Hardcore e i due album precedenti. D’altro canto, i Pulp somigliano pur sempre a se stessi, perché il songwriting di Jarvis Cocker è un adesivo fortissimo.

La distanza dal britpop (i Blur hanno pubblicato da poco l’album omonimo, gli Oasis “Be Here Now”) emerge ovunque nel disco. Basterebbe misurare la differenza tra le “vecchia” Disco 2000 e la sua “nuova versione”: Party Hard. Ma il momento più rappresentativo dell’album è quello che gli dà il nome. Sinfonica, dolente, noirThis is hardcore, pezzo sulla giostra delle apparenze che utilizza il sesso come metafora e l’uomo solo come punto di vista, vale probabilmente una vita spesa nel tentativo di diventare una popstar, la vita di Jarvis Cocker.

L’ultimo album, il settimo, esce quando Cocker ha 38 anni e il gruppo esiste già da 23 anni. Anche in questo caso, è il 2001, il gruppo non si ripete. We Love Life è prodotto da Scott Walker, mito di Cocker. Il gruppo si riaggancia al proprio inizio, quando le canzoni indie degli esordi ricordavano gli anni ’60.  Ma ci sono tante esperienze in mezzo: i pezzi non suonano giovanili né scanzonati. Gli arrangiamenti sono “barocchi”, come si dice intendendo rigonfi, montati. Nonostante ciò, o forse anche per questo, il disco è bello, ed è stato sottovalutato.

We Love Life è l’ultimo disco dei Pulp. Dopo, Jarvis Cocker avvierà una carriera solista abbastanza fortunata. Proprio quelli che sembravano i primi passi di una nuova sensibilità sono stati invece gli ultimi passi di uno dei più grandi gruppi degli anni Novanta.

Immagini: Copertina