Come i ragazzi dell'URSS ascoltavano la musica proibita

Come i ragazzi dell'URSS ascoltavano la musica proibita

Oggi che hai solo l’imbarazzo della scelta, dai vinili allo streaming, questa storia ti sembrerà assurda. Dalla fine degli anni Quaranta fino ai Sessanta, in Russia, allora era l’URSS, non si poteva ascoltare tutta la musica. Soltanto quello che permetteva il regime.

I ragazzi della controcultura di quegli anni, chiamati stilyagi, non potevano ascoltare il rock americano o il jazz. Pena l’arresto e i campi di lavoro, fino a cinque anni.

Come ha scritto Francesco Adinolfi sul Manifesto: “La parola [stilyagi] apparve per la prima volta in un articolo satirico di un quotidiano dell’apparato, era denigratoria e si rivolgeva a quei ragazzi che in origine ascoltavano, di nascosto, perlopiù vecchi dischi di jazz Usa (genere musicale al bando, vera ossessione del partito) e che avevano eletto a inno della controcultura Chattanooga Choo Choo di Glenn Miller.

Le “influenze” che vennero messe al bando però non provenivano soltanto dall’occidente. Venivano definite blatnaya pesnya (“canzoni criminali”) anche le produzioni dell’Unione Sovietica che criticavano la “dura vita” sotto il regime. Come ha raccontato Stephen Coates erano “vietati il jazz e il rock and roll perché si trattava di musica occidentale, ma gran parte della musica proibita era russa”.

Nonostante le pesanti condanne, alcuni di questi ragazzi elaborarono un modo di aggirare il divieto. Incidendo la “musica proibita” non sui normali vinili, ma su un formato insospettabilelastre per raggi x.

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La musica ai raggi x

Proprio il musicista Coates ha raccontato in una conferenza di TEDx-Cracovia come ha scoperto questi strani dischi.

Si trovava, anni fa, in un mercatino di San Pietroburgo. Appena preso in mano una lastra circolare chiede al suo amico russo se sa di cosa si tratti. L’amico non ne sa nulla. “Il venditore”, ricorda Coates: “si mostrò infastidito quando gli ponemmo qualche domanda in più”. Solo quando ritorna a Londra, Stephen lo scopre. Dentro quella lastra era stata registrata una canzone del 1955 di Bill Haley & the Comets. Rock around the clock.

Questi “dischi” venivano chiamati “ossa”, “costole” o, nell’impronunciabile slang di allora, roentgenizdat. In genere si fa risalire la nascita di queste incisioni a uno studente di medicina. Ma come ha scritto la giornalista musicale Nur Al Habash: “Esisteva già un metodo ungherese. La radio statale di Budapest realizzava già registrazioni professionali sui raggi x, anche di stelle nazionali come Béla Bartók.”

Come si registrava sulle radiografie

Tra i molti ragazzi che registravano su lastre c’erano Ruslan Bogoslowski e Boris Taigin. Facevano parte della Golden Dog Gang. Si rifornivano di lastre direttamente dagli ospedali. Compravano a pochi copechi quelle che dovevano essere smaltite.

Le lastre venivano poi incise con pezzi ricavati da vecchi fonografi. Arrotondate con le forbici e forate al centro con la brace di una sigaretta. Misurano più o meno 23 centimetri. La loro flessibilità permetteva di trasportarle e nasconderle facilmente. Costavano all’incirca un rublo, un quinto dei vinili che venivano venduti nei negozi. In questo breve video, in lingua russa, puoi vedere come venivano scambiati e incisi.

Il suono non era ovviamente quello di un vinile. Sul sito della rivista tedesca Spiegel puoi ascoltare un esempio. Ma poco importava, l’importante era ascoltarla.

Nel 1950 Ruslan e Boris, i due ragazzi della Golden Dog Gang, vennero arrestati. Spediti nei campi di lavoro per tre anni. Quando uscirono, la situazioni non era migliorata. Così tornarono a incidere clandestinamente, prima di essere nuovamente arrestati.

I falsi roentgenizdat

A metà degli anni cinquanta i “dischi a raggi x” erano molto diffusi. Come ricostruisce Adinolfi, “la richiesta di dischi pop e jazz in Unione Sovietica era in massima crescita nonostante la scarsità di giradischi, registratori e soprattutto di materiale plastico su cui incidere musica […] Per pochi copechi le persone ne compravano a centinaia [di lastre] da ospedali e cliniche. Altri si facevano radiografare apposta, altri ancora le sottraevano a genitori, parenti e amici”.

La polizia cercò di dissuadere dall’acquisto di queste lastre infiltrando nel circuito di diffusione anche dei falsi roentgenizdat: “Pensavi di sentire le tue musiche, eh? Gli ultimi ritmi?”, ammoniva una voce. E giù una serie infinita di insulti e minacce all’ascoltatore.

Molte cose sono cambiate da quegli anni. Molte le diamo per scontate. Con le comodità il nostro modo di ascoltare è cambiato, diventando più superficiale. E abbiamo finito per disinnescare quella carica sovversiva che la musica ha da sempre.

Per quanto sia una frase banale, la prossima volta che qualcuno ti dirà che “la musica supera ogni confine”, prestaci attenzione. E ricorda questa storia. Tu cosa saresti disposto a rischiare per amore della musica?

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