La ragione del declino dell'industria musicale secondo quel genio di Frank Zappa

La ragione del declino dell'industria musicale secondo quel genio di Frank Zappa

Frank Zappa non era uno che le mandava a dire. Chi l’ha conosciuto—e sicuramente lo sta ancora facendo, vista l’enormità dell’universo Zappa—sa che durante le interviste, come in sala di registrazione, non si conteneva.

Indimenticabile quello che disse durante un’intervista a Mojo Magazine nel 1993, qualche giorno prima di morire.

Buona parte del giornalismo rock è gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere.

E poi stilettate alla religione (“uno dei maggiori ostacoli che dobbiamo affrontare”), alla politica di Reagan (“avvertite vostro figlio: ‘se ti chiede di entrare in una macchina, ti offre una caramella, o ti chiede di andare a combattere in Nicaragua, digli di NO”). Anche al suo pubblico: “Sono stanco di suonare davanti a gente che applaude per il motivo sbagliato”.

Tanti poi i discorsi “illuminati”, non semplici aforismi. Come quello storico contro il P.M.R.C. l’associazione genitori d’America che censurava gli album che offendevano il buon costume.

Lo storico intervento di Zappa del 19 settembre 1985 tirò in ballo, innanzitutto, il primo emendamento della Costituzione americana sulla libertà di espressione. Poi, in maniera polemica, propose alla richiesta di censura anche di “eliminare la forfora tramite la decapitazione”.

Il discorso di Frank Zappa contro il declino dell’industria musicale

Durante un’intervista degli anni ’80, sul futuro dell’industria musicale, tra il divertito e il polemico, Zappa si lancia in un discorso molto interessante. Partendo da quello che succedeva negli anni ’60 e ’70, quando i musicisti erano liberi di sperimentare, di promuovere una propria musica originale senza censure. Un clima culturale che aveva fatto bene anche allo stesso Zappa.

Ora, prova a dare un’occhiata a chi erano i produttori in quei tempi. Non erano giovani alla moda, erano vecchi col sigaro, che guardavano il prodotto che arrivava e dicevano: “Non so cosa sia! Registriamolo e pubblichiamo, se poi vende, va bene.”

Zappa parla di una vecchia generazione di discografici che pur non capendo la nuova musica erano in grado di promuoverla. Molto più, come si tenderebbe invece a pensare, dei giovani.

Stavamo molto meglio con quei tizi, invece che con questi giovani produttori esperti che decidono cosa le persone devono vedere e ascoltare sul mercato. I giovani sono più conservatori e più pericolosi per l’arte che i vecchi col sigaro.

L’invito di Zappa a ritornare a scommettere

Quello di Zappa, lo si vede dalle sue espressioni divertite davanti alla telecamera, è una provocazione ma che nasconde verità. Le case discografiche di una volta procedevano per tentativi, rischiavano mettendo sul mercato prodotti diversi, anche se non pienamente compresi. Non si trattava però, come ha scritto Sandro Giorello sulle pagine di Rock.it, di “imprenditori avanguardisti lungimiranti, ma di sessantenni sicuramente interessati al profitto ma con una minore certezza di cosa potesse funzionare a livello di vendite”.

Il vecchio col sigaro un giorno dice: “Abbiamo corso un rischio, ma è stato pubblicato e ha venduto qualche milione di copie. Va bene, non ho idea di cosa sia. Ma dobbiamo farne di più.”

Il passaggio di consegne tra una generazione e l’altra ha segnato secondo Zappa la fine del libero sperimentalismo. A questo punto del discorso il musicista lo spiega in maniera molto divertente—forse un po’ facile—ma sicuramente chiara:

“Mi servono dei consigli [si dice il produttore discografico]. Assumiamo un hippie!” Arriva un ragazzo coi capelli lunghi e non gli fanno fare nient’altro se non portare il caffè. “Beh, possiamo fidarci di lui”, dice il produttore: “ha portato il caffè quattro volte: diamogli un vero lavoro.” E così diventa un talent scout, fa carriera e arriva alla sua scrivania personale. A quel punto però il giovane dice: “Ok, ora non possiamo permetterci di rischiare, perché non è questo che vogliono i ragazzi: io ne so qualcosa.”

Ma qual è la soluzione di Zappa? Liberarsi da quell’attitudine supponente e ritornare a non credere più solo in se stessi.

Dobbiamo tornare al “Chi lo sa? Proviamoci!” A quello spirito imprenditoriale per cui si pubblica anche se non ti piace o non capisci il valore dell’album. In cui la persona che è a capo della produzione non è necessariamente il rappresentante dei gusti dell’intera popolazione.

Immagine via Flickr