Rolling Stones, guida per principianti

Rolling Stones, guida per principianti

Per capire l’importanza dei Rolling Stones all’interno del panorama musicale del Novecento, bisogna superare la trita rivalità con i Beatles, e liberarli da quella condanna di essere un’alternativa al quartetto di Liverpool. Gli Stones avevano qualcosa da dire, di originale e rivoluzionario.

La grande impronta lasciata dagli Stones è stata quella di aver dato volume al rock, metaforicamente e non, creando un suono potente e decisivo per tutte le generazioni del futuro. Gli Stones si sono dedicati anima e corpo alla causa rock, vivendolo soprattutto sulla loro pelle.

Tracciare una parziale guida della band è possibile solo se si parte dal presupposto che qualcosa deve essere lasciato fuori. A livello temporale bisogna fare delle scelte e concentrarsi soltanto su un periodo. Il momento d’oro degli Stones è sicuramente quello che parte dal 1966, l’anno di uscita di Aftermath, fino a Exile on Main Street, del 1972.

I fondatori dei Rolling Stones sono stati Mick Jagger Keith Richards ai quali si aggiunge presto anche il polistrumentista Brian Jones. All’inizio della loro carriera è proprio Jones l’anima del gruppo, un vero “maledetto”, artisticamente parlando. Il nome della band lo prendono in prestito da una canzone blues di Muddy Waters.

A un primo album di cover, esercizio comunque impeccabile, nel quale vengono rielaborati pezzi classici del r’n’b; nel ’65 gli Stones danno alle stampe un singolo che è un assaggio di quello che verrà. Esce uno degli inni del rock più amati e coverizzati: (I can’t get no) Satisfaction.

È sul palco che gli Stones danno il meglio, i loro live sono esplosivi ed eccessivi (e ogni tanto finiscono pure con qualche rissa). Il primo album importante della loro carriera è Aftermath del ’66. Si possono ascoltare pezzi rock classici (come Doncha Bother me), e vibranti ballate come Lady Jane. Oltre ovviamente al capolavoro Paint it Black.

Altro momento cruciale nella carriera degli Stones è l’uscita di Beggars Banquet del 1968, anno che rivoluzionerà la storia recente. Messi da parte i tempi pacifisti, arrivano quelli della contestazione. L’album è un lavoro di registrazione imponente, sia a livello pianistico che chitarristico. L’esempio più alto si può ascoltare fin dalla prima traccia, Sympathy for the Devil.

Ma proprio gli anni di massimo splendore dei Rolling Stones coincidono con quelli più cupi di Brian Jones, sempre più isolato dalla band per la sua scelta di autodistruggersi con droghe e alcol. Jones viene ritrovato senza vita nella sua piscina il 3 luglio 1969.

Per fortuna a tirare fuori il gruppo dalla tempesta mediatica è la musica, in particolare Let it Bleed che esce alla fine dell’anno. Anche qui si alternano ballate vecchio stile, come Love in Vain e pezzi più duri come Gimme Shelter.

Ancor più grande il successo di pubblico e di critica dell’album di due anni dopo, Sticky Fingers, che è entrato (e ci resterà per un bel po’) nella prestigiosa classifica dei dischi rock del secolo. La copertina, sensuale e provocatoria, è stata realizzata da Andy Warhol. All’interno dell’album si trova anche, per la prima volta, la famosa linguaccia che diventerà il marchio della band.

L’anno dopo esce forse l’ultimo album degli Stones che chiude il loro momento d’oro: Exile on Main Street. Stavolta la protagonista assoluta è la chitarra di Richards che riporta il sound agli albori della band, omaggiando tutte le radici musicali che avevano dato vita ai Rolling Stones: dal blues al gospel, passando per il folk.

Oggi nonostante i Rolling Stones continuino a fare live e pubblicare album con materiale nuovo hanno perso quella vena creativa che avevano negli anni ’60-’70, ma poco importa. La loro eredità è così grande che un adolescente di oggi che voglia ascoltare e capire il rock, deve ancora rivolgersi a loro.

Immagine via Flickr