Perché Spotify ha deciso di abbassare il volume di tutte le sue canzoni

Perché Spotify ha deciso di abbassare il volume di tutte le sue canzoni

Anche se spesso non ce ne accorgiamo ascoltiamo la musica a un volume troppo alto, e non è una buona abitudine. A dirlo sono da anni numerosi studi che riportano dati allarmanti: come quello dell’Unione Europea che prevede che una persona su dieci tra quelle che ascoltano la musica in cuffia a volume troppo alto rischia la perdita permanente dell’udito.

Molte volte però non dipende da noi, le canzoni che ascoltiamo ci vengono “proposte” ad alto volume e siamo costretti a lasciare che il nostro orecchio si abitui, stressandolo. Ci sono alcuni precedenti importanti su persone che hanno fatto causa ad aziende per avergli danneggiato l’udito.

Il fenomeno è chiamato “affaticamento uditivo”. Gli effetti sugli ascoltatori sono noti da anni, ma molti sottovalutano il problema. A dirlo sono anche specialisti italiani allarmati dalla crescita dei casi di calo precoce dell’udito.

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Proprio per cambiare questo brutto trend Spotify, la piattaforma di musica digitale che ti permette di ascoltare milioni di brani in streaming, ha deciso, a fine maggio, di apporre una piccola ma importante modifica alla fruizione dell’ascolto, abbassando il volume di tutte le canzoni. L’obiettivo è quello di porre fine alla “loudness war” (la guerra del volume). Ma procediamo con ordine e con calma visto che l’argomento non è semplice come può sembrare.

Più che di volume infatti parliamo di “loudness”, la gamma dinamica del suono. Si tratta in sostanza del modo in cui percepiamo una canzone. Già nel 2011 la European Broadcasting Union aveva stabilito uno standard da rispettare, chiamato LUFS (Loudness Units relative Full Scale). A quel tempo non era stata pensata per lo streaming musicale, ma per la televisione. Per allineare tutte le differenze di volume dei programmi, film, pubblicità, ecc.

Spotify ha ridotto l’indice LUFS da -11 LUFS a -14 LUFS, un valore in linea con altre piattaforme musicali. Il volume così sarà molto più controllato. Avrà non soltanto effetti positivi per la salute del nostro udito ma anche per la qualità del suono.

Uno dei modi per aumentare “la percezione del volume” di una canzone è infatti quello di comprimerla. In questo modo vengono intensificati anche i momenti più calmi e vuoti di un brano.

Facciamo un esempio: prendiamo una band classica di quattro elementi. In caso di forte compressione anche se sentiamo a un certo punto solo la chitarra il suono ha la stessa intensità che ha quando viene accompagnata dal resto della band.

Le case discografiche hanno preferito, dalla nascita del CD e della diffusione di musica digitale, di comprimere il suono e sacrificarne la qualità. L’idea di fondo era quella di rendere più riconoscibile, con una maggior rumorosità, una canzone rispetto a un’altra. Questo perché anche il modo in cui sentiamo la musica è cambiata: prima i vinili si ascoltavano per intero, oggi ci sono le playlist dove si alternano musicisti in continuazione. Questo cambiamento ha portato a una corsa incontrollata ad alzare il volume per competere con le altre case discografiche.

Con l’iniziativa di Spotify l’industria musicale potrà finalmente capire che non c’è più nessun motivo di distorcere le tracce per renderle più rumorose. Un’iniziativa che giova alla musica e anche alle nostre orecchie.

Immagine via Flickr