La divertente storia dietro il celebre motivetto di Betty Boop

La divertente storia dietro il celebre motivetto di Betty Boop

Anche se fa parte di un’epoca lontana, Betty Boop è presente ancora oggi nel nostro immaginario culturale. La celebre flapper (nome che all’inizio del secolo passato indicava le ragazze alla moda del jazz che vestivano gonne corte e portavano capelli a caschetto) creata dalla penna di Max Fleischer e dalla voce dell’attrice Margie Hines compare nelle campagne pubblicitarie di moda, film (come ad esempio Chi ha incastrato Roger Rabbit) o in antologie che ne raccontano il mito.

Nata negli anni trenta, prima con le sembianze di un barboncino antropomorfo e poi come una ragazza in carne e ossa, Betty non ebbe una “vita lunga”. Negli episodi la ragazza era alle prese con situazioni a volte surreali e la sua femminilità prorompente attirava un pubblico per lo più adulto e fu la causa della sua stessa fine, quando la censura le impose di “rientrare” nei canoni tradizionali delle donna (e madre) di famiglia.

Betty nel modo di porsi e parlare era un mix delle cantanti jazz dell’epoca. Famoso era il suo “Boop-Oop-a-Doop” che canticchiava in maniera giuliva e irresistibile. Subito dopo la sua prima apparizione (nel 1932, quando ancora era un barboncino), la cantante jazz Helen Kane si arrabbiò non poco nel ritrovarsi nei modi e negli atteggiamenti di Betty e intentò una causa alla Paramount e agli studi di Max Fleischer.

Kane chiese come risarcimento 250.000 dollari, ma quando dovette dimostrare il plagio al processo ci fu un episodio divertente: come spiegare che quel “Boop-Oop-a-Doop” era il suo? Kane non sapeva come dettarlo alla stenografa, ma era un procedimento necessario per stabilire la paternità del motivetto.

Al processo la difesa chiamò a testimoniare Lou Bolton, un manager che aveva tra le sue artiste anche la cantante jazz “Baby Esther” Jones. Questi dimostrò che era stata lei, “Baby Esther”, la prima in assoluto ad aver usato quel modo di cantare. Sotto le risposte incalzanti dell’avvocato difensore mostrò i documenti che testimoniavano la presenza di Helen Kane a un suo concerto facendo notare che dopo quell’esibizione, Kane iniziò a usare nel proprio repertorio lo stesso identico modo di cantare di “Baby Esther”.

A quel punto il giudice stabilì che quella proprietà spettava a “Baby Esther” senza che però quest’ultima ne ebbe un riconoscimento economico o formale. Ancora oggi gli storici identificano Kane come l’ispiratrice di Betty Boop, e la sfortunata “Baby Esther” non riuscì mai a svoltare la sua carriera, in attesa, ancora oggi, che il suo nome venga finalmente riconosciuto e messo accanto a quello mitico di Betty Boop.

Immagine via Flickr