"Storia di un impiegato", il disco più controverso di Fabrizio De André

Tra i tanti primati che ha avuto Fabrizio De André c’è stato anche quello di essere un pioniere dei “concept album”. Album a temi, si potrebbe tradurre. L’urgenza di comunicare qualcosa che andava oltre la singola forma canzone. Il primo della sua discografia è Tutti morimmo a stento del 1968. In un’intervista alla Rai, il Faber disse a proposito dell’album:

Parla della morte… Non della ‘morte cicca’, con le fossette, ma della morte psicologica, morale, mentale, che un uomo normale può incontrare durante la sua vita.

E poi La buona novella, Non al denaro, non all’amore né al cielo—tratto dal capolavoro di Edgar Lee Masters. Nell’ottobre del 1973, esce Storia di un impiegato. Il protagonista di questo album è un trentenne, un reduce del maggio ’68, deluso dalla sua rapida degenerazione, individualista e anarcoide. L’atmosfera è quella del terrorismo nero. E di quello rosso che sarebbe arrivato di lì a poco, e che Storia di un impiegato sembra profetare. È la parabola “di chi è convinto”—ha detto Mimmo Franzinelli: “di percorrere una scorciatoia e di combattere in prima fila anche da solo, se è necessario, contro il potere”.

Sempre Franzinelli pone Storia di un impiegato sulla metà di quel filo conduttore che inizia dalla Locomotiva di Guccini e finisce al Gaber di “Io se fossi Dio”.

Io scrivo di persone che hanno tentato anche in maniera abbastanza balorda, al di fuori delle leggi scritte, di riuscire a trovare la loro libertà. Che certe volte può contrastare, certe volte addirittura contrasta necessariamente con le leggi scritte. […] Per me l’importante è fare capire alla gente che le leggi scritte possono essere scritte in ogni caso, in ogni modo, in ogni tempo, ma sempre da un gruppo che è al potere.

Le canzoni di “Storia di un impiegato”

Il disco si apre con un’introduzione cinematografica. Come i titoli di testa di un film. D’altra parte la musica è scritta da un giovane Nicola Piovani. Ci si cala subito in un’atmosfera cupa. Il ritornello de La canzone del maggio è uno schiaffo rivolto a tutti. Parafrasando Croce, si direbbe che non possiamo non dirci politici. “Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Un testo (molto) liberamente tratto da una canzone francese di Dominique Grange la quale diede i diritti a De André gratuitamente.

La bomba in testa sottolinea la visione individualista di chi è solo sul piano esistenziale e cerca una soluzione illusoria. Anche in un atto terroristico. Al ballo mascherato, tra sogno e realtà, sembra un racconto di Poe. L’uomo che semina morte uccide i simboli del potere borghese, da quello politico a quello culturale.

Attraverso il Sogno numero due, con un flauto à la Jethro Tull, si arriva alla Canzone del padre, forse il momento più alto dell’album. In un’atmosfera edipica, il giovane contesta e combatte il padre. Mettendo in atto però un ribaltamento delle parti. Una voce fuori campo ricorda al ragazzo che tutto è stato previsto dal potere. Il gesto rivoluzionario esprime la volontà di raggiungere il potere e sostituirsi al padre.

Il Bombarolo, al centro del disco, è la canzone più orecchiabile e che ha avuto più fortuna extra-disco. È la cronaca di una missione personale. Prima di emozionarci (nell’album si percepisce una certa aridità, freddezza), con la bellissima e romantica Verranno a chiederti del nostro amore.

La canzone finale è il punto di svolta nella crescita dell’individuo, che non è più individualista ma all’interno del carcere si libera dall’ego e si confronta con gli altri prigionieri.

La Storia di un impiegato l’abbiamo scritta, io, Bentivoglio, Piovani, in un anno e mezzo tormentatissimo e quando è uscita volevo bruciare il disco. Era la prima volta che mi dichiaravo politicamente e so di aver usato un linguaggio troppo oscuro, difficile, so di non essere riuscito a spiegarmi.

L’accoglienza negativa e la sua rivalutazione

Il disco disorienta. Sia i fan della prima ora che i nuovi. La radio lo ignora. Lo criticano da sinistra a destra. Storica anche la polemica con Gaber, raccontata da Gigi Speroni. Chi lo interpreta sulla base della realtà di quegli anni, chi ci legge le gesta di Gianfranco Bertoli, chi la strage del Diana.

Simone Dessì ha parlato di

Un disco tremendo. Il tentativo, clamorosamente fallito, di dare un contenuto ‘politico’ a un impianto musicale, culturale e linguistico assolutamente tradizionale. Privo di qualunque sforzo di rinnovamento e di qualunque ripensamento autocritico. La canzone Il Bombarolo è un esempio magistrale di insipienza culturale e politica.

Anche Riccardo Bertoncelli (quello dell’Avvelenata di Guccini), nel libro Belin, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De Andrél’ha definito “un disco verboso, alla fine datato”.

Negli anni novanta, grazie al distacco temporale con gli anni degli scontri di piazza, l’album viene riletto e riconosciuto come un disco straordinario. Una riabilitazione possibile perché siamo riusciti a calarlo nel suo contesto naturale. Un contesto, come ha detto ancora una volta Mimmo Franzinelli: “Dove l’ordine pubblico era in pericolo. C’era la lotta tra la conservazione e la reazione, sviluppo e riforme di struttura.”

De André, nel suo disco più sperimentale, è stato il primo a illuminare il terrorismo rosso, le cui radici affondavano nel ’68. Mostrandone il suo carattere illusorio e privo di qualunque prospettiva. “Su quel sentiero non potevano nascere i fiori”.

Il mio identikit politico e’ quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine orrendo… In realtà vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacità.

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