La storia di “Wish you were here” dei Pink Floyd, l'album dell'assenza

La storia di “Wish you were here” dei Pink Floyd, l'album dell'assenza

Qual è il prezzo da pagare per il successo? È questa una delle domande che sta al centro di Wish you were here, uno degli album più difficili e belli dei Pink Floyd.

Pubblicato nel 1975, nono album in studio della band inglese, oggi ha venduto più di 20 milioni di copie. La sua genesi è stata molto travagliata. Tante furono le sessioni agli Abbey Road Studios di Londra. La fiamma dell’ispirazione si accendeva e si spegneva continuamente. Roger Waters e soci stavano anche settimane intere senza idee.

“Il successo ti fa venire voglia di allontanarti dalla società”, disse Waters a quel tempo. Questo strano album, seguente al capolavoro assoluto The Dark Side of the Moon, diventa un’opera sull’assenza e sulle difficoltà dell’essere diventati carne da macello per l’industria musicale.

Il fantasma di Syd Barrett

Al centro dell’album, in assenza, c’è Syd Barrett. Il fondatore del gruppo, “unico, geniale e fragile”. A causa dell’abuso di droghe (che nascondevano forse i sintomi di una malattia mentale) il contributo di Barrett alla band ben presto si era rivelato nullo e così è stato costretto a farsi da parte. Sostituito da Gilmour.

Ma l’addio è stato traumatico per la band, che nella sala d’incisione registra uno struggente e meraviglioso omaggio: Shine on you crazy diamond. Un giorno però il fantasma di Syd si materializza. Durante la fase di missaggio, il 5 giugno 1975. Entra in studio un uomo grasso, calvo, senza neanche le sopracciglia. I componenti della band pensano si tratti di un membro della EMI. Aveva in mano una busta di plastica. Appena parla, tutti capiscono. Waters scoppia in lacrime. Syd dice di essere ingrassato “mangiando costolette di maiale”. Poi si propone di aiutarli con qualche pezzo alla chitarra. Gli fanno ascoltare Shine on you crazy diamond ma la reazione di Syd è, come al solito, imprevedibile. La definisce “un po’ datata”.

Roger Water, nel documentario omonimo del 2011, dice chiaramente cosa è stato Syd, nel bene e nel male, per i Pink Floyd.

Niente sarebbe successo senza di lui, ma, ugualmente, niente sarebbe potuto continuare con lui nel gruppo, a causa dei suoi problemi.

I frammenti di testo, pieni di amore e rispetto, dedicati proprio a Syd sono tra i più belli e famosi. Remember when you were young, you shone like the sun. / You reached for the secret too soon, you cried for the moon. / You were caught on the crossfire of childhood and stardom.

Il rapporto con Syd si è logorato anche a causa delle scelte musicali, e di immagine. “Noi pensavamo”, ricorda Gilmour: “che l’industria discografica lo avesse rovinato”. Così anche Nick Mason: “Syd è stato bruciato non solo dall’industria, ma anche da noi quando decidemmo di andare a Top of the Pops contrariamente a quello che voleva lui”.

Il difficile rapporto con l’industria discografica

E non è un caso allora se il secondo grande tema del disco riguarda proprio il rapporto con l’industria discografica. La seconda traccia dell’album Welcome to the machine vede infatti un dialogo immaginario tra un rude discografico e un giovane musicista. Il manager detta la linea da seguire, e così anche il destino e le aspirazioni del musicista. Una critica rivolta anche al mondo del giornalismo musicale. La freddezza di questo mondo di interessi economici e sfruttamento dell’immagine è accentuata dalla presenza di sintetizzatori.

La canzone finisce con dei rumori di una festa che indicano “l’assenza di contatti e sentimenti reali tra le persone”.

La terza traccia, Have a cigar, è ancora una volta rivolta al mondo dell’industria musicale. Con un esplicito richiamo a un evento realmente accaduto alla band. Quando un manager entusiasta del lavoro gli chiede “chi tra di loro sia Pink“.

Prima della seconda parte di Shine On, arriva la title-track, Wish you were here. Canzone non soltanto tra le più amate ma anche tra quelle più suonate da tutti i chitarristi del mondo. Da una parte è un emblematico richiamo all’assenza di Syd, dall’altra presenta anche un più generale sentimento di alienazione della band, scollegati da loro stessi. L’album segna infatti un momento cruciale nella storia del gruppo.

Non stupisce allora se il raffinato e importante critico musicale Robert Christgau ha parlato dell’opera dei Pink Floyd così:

Il mio album preferito è sempre stato Wish You Were Here, e sapete perché? Perché ha un’anima, ecco perché.

Per apprezzare l’esperienza dell’album ti consigliamo l’“Immersion edition”, uscita nel 2011 in un cofanetto prezioso con CD, DVD e un libro che racconta questo capolavoro degli anni settanta.

Immagine via Flickr