Ziggy Stardust, la più grande invenzione di David Bowie

Ziggy Stardust, la più grande invenzione di David Bowie

Cosa ha reso questo extraterrestre misterioso una delle icone più influenti del XX secolo?

Se lo chiede Jarvis Cocker dei Pulp, in un documentario BBC dedicato a Ziggy Stardust, l’alter ego più importante di David Bowie.

Nel 1973, il leggendario regista D. A. Pennebaker filmò lo show londinese di David Bowie nell’ambito del tour di Aladdin Sane (distribuito dieci anni più tardi). Il regista, che si apprestava al lavoro con la persona sbagliata in mente (pensava che ci sarebbe stato un concerto dei T. Rex di Marc Bolan), non sapeva che proprio quella notte, al termine dell’ultimo bis, Ziggy Stardust, il più grande personaggio di David Bowie, avrebbe salutato il pubblico per l’ultima volta.

Con spezzoni dal film-concerto di Pennebaker, Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, più molto materiale raro e inedito, il documentario BBC racconta la storia dell’ascesa e caduta di Ziggy Stardust. L’alieno in tuta verde da paracadutista che vedi nella copertina di uno dei più grandi album della storia del rock.

Non è una storia nota a molti. Ziggy nasce dopo più o meno 10 anni di tentativi, di rifinitura. In cui Bowie, senza mai davvero sfondare, impara a incorporare la danza, la mimica, la recitazione alle sue performance.

Da David Jones a David Bowie

Nei primi ’60, col vero nome David Jones, Bowie animò gruppetti R&B. Finché, accompagnato dai The Buzz, registrerà alcuni brani destinati a far parte del suo primo, omonimo album. Osserverà anni dopo:

Trovo incredibile che il 99% dei nostri pezzi dal vivo fossero soul, e che io scrivessi in uno stile così da musical/vaudeville.

Basta ascoltare The laughing gnome, acida e surreale, per rendersi conto che era così. Troviamo già, come dice Cocker nel documentario BBC, “il DNA teatrale di Ziggy Stardust”.

Altro tassello fondamentale per la nascita di Ziggy Stardust è Space Oddity. Album del 1969, secondo di Bowie. Una fase di transizione fra la psichedelia degli esordi e il glam che verrà. Alimentò la vena folk e soprattutto progressive di Bowie, presente in Ziggy. Grazie a questo disco, del resto, Bowie conobbe il tastierista degli Yes, Rick Wakeman.

L’esperimento “Arnold Corns”

All’alba dei ’70, Bowie incontra il manager Tony Defries. Che lo avrebbe portato davvero al successo. Gli fece conoscere Warhol, e la scena di New York. Ciò ebbe immediate conseguenze. Nel 1971, Bowie fondò un gruppo. Ispirato da “Arnold Layne”, la sua canzone preferita di Syd Barrett e dei Pink Floyd, chiamò la band “Arnold Corns”. Fu un progetto senza veri e propri risvolti commerciali, ma ebbe un ruolo cruciale per Bowie. Gli permise infatti di creare una “finta” star, in un gioco warholiano. Inventò strani nomi per i membri della band e trovò un frontman: Freddie Burretti, un fashion designer omosessuale, praticamente ancora adolescente, che aveva incontrato al Sombrero, locale gay di Londra.

L’esperienza goliardica durò poco. Gli Arnold Corns registrarono giusto un paio di pezzi (uno lo vedi sopra). In quel periodo, Bowie aveva già scritto Moonage Daydream, uno dei capolavori contenuti nell’album Ziggy Stardust.

Prima di dar vita al quale, comunque, David avrebbe dovuto passare attraverso il fondamentale album Hunky Dory. In ogni caso, la “vocazione teatrale di David Bowie” era ormai pienamente assecondata, e Ziggy Stardust, nella sua mente, era già nato. Lo rivela un quasi delirante passaggio della celebre intervista del 1971 a Rolling Stones, intitolata non a caso “David Bowie: Pantomime Rock?”:

La musica rock dovrebbe essere agghindata come una prostituta, come una parodia di se stessa. Dovrebbe essere una specie di clown, di Pierrot. La musica è la maschera che nasconde il messaggio. La musica è il Pierrot e io, l’artista, sono il messaggio.

Finalmente Ziggy Stardust

Appena 2 settimane dopo aver completato Hunky Dory, Bowie inizierà le registrazioni di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Indiscutibilmente uno degli album più belli di sempre.

La strada che lo ha portato fin lì è stata lunga. In una recensione del New York Times al film di Pennebaker si legge:

I testi delle canzoni spesso vedono Bowie lottare col tempo che passa. Come se, all’età di appena 26 anni, vedesse già la vecchiaia avanzare sul suo volto.

Basta riascoltare Rock ‘n’ roll suicide per rendersi conto che è così.

Ma è impossibile scegliere la canzone più bella di questo disco epico, i fan lo sanno. E saranno sempre grati a Pennebaker per aver tramandato la memoria del tour—l’apoteosi del glam rock anni ’70— con il suo film.

Questa e altre storie su Bowie le trovi nella splendida “Enciclopedia Bowie” di Nicholas Pegg.

Immagini: Copertina