Perché The Wall dei Pink Floyd è un capolavoro ancora attuale

Perché The Wall dei Pink Floyd è un capolavoro ancora attuale

Il 30 novembre 1979, quando era esploso e già praticamente esaurito il punk, uno dei cui araldi, Johnny Rotten dei Sex Pistols, aveva indossato la famosa maglietta I hate Pink Floyd, usciva uno dei due album di maggior successo dei Pink Floyd: il mitico The Wall.

Era ciò che, secondo l’opinione di molti, il rock non poteva più essere: un’opera rock accompagnata da un omonimo film. Un concept album raffinato che, in un doppio vinile corredato di splendide illustrazioni (di Gerald Scarfe), ci raccontava una bellissima storia lunga 26 brani. The Wall dura un’ora e venti ed è un capolavoro della storia del rock.

The Wall: il viaggio interiore di Pink, alter ego di Roger Waters

Il protagonista della storia è Pink. Una rockstar in cattivi rapporti col pubblico, dipendente dalle droghe e in balia dei produttori. Ha costruito “muri” intorno a sé per proteggersi dal mondo. Durante le pause di un tour snervante, trascorse in stanze d’albergo anonime, l’artista intraprende un viaggio introspettivo e inscena un vero e proprio processo a se stesso. Rimuginando sul suo passato e rievocando figure passate e presenti, ciascuna un “mattone” del muro che isola Pink dagli altri esseri umani. La morte del padre in guerra. L’infanzia nella Gran Bretagna postbellica. La madre iperprotettiva. La moglie da cui è divorziato. Il collegio, umiliante.

E proprio Another brick in the wall, il brano in cui il coro di bambini chiede agli insegnanti di lasciare stare i ragazzi da soli, di non indottrinarli, è il brano simbolo del disco.

Il verdetto del processo (The trial): Pink dovrà abbattere i muri (è la splendida, inglesissima conclusione di Outside the wall). L’autore della storia, e di quasi tutti i pezzi, è Roger Waters. The Wall è il suo disco. Ha detto recentemente:

Credo che tocchi alcune corde che sono in molti di noi, sotto la superficie. Parla dei ‘muri’ che esistono tra gli esseri umani, a livello familiare e a livello globale. E credo che colpisca le persone, che risuoni in loro.

Tra esistenzialismo e politica: le molte chiavi di lettura di un capolavoro del rock

Pink è Waters, ed è un po’ anche Syd Barrett. Oggi sappiamo che dopo The Wall l’ombra di Syd avrebbe smesso di tormentare i Floyd: ed è forse una delle ragioni per cui, dopo The Wall appunto, non c’è un solo disco dei Pink Floyd al livello dei precedenti. Nel doppio del ’79 Waters riunisce i fili della sua carriera e della sua vita (ricordiamoci che allora aveva 36 anni, e i Pink Floyd non erano un gruppo musealizzato, come oggi). E, prendendo a pretesto la storia di un rocker depresso, sembra perfino volersi chiedere cosa il movimento della fine degli anni ’60 abbia portato alla generazione che l’ha vissuto, e alle successive, per far sì che i muri possano essere abbattuti ei vermi che sono nella nostra testa, come dice in Hey you, possano essere annientati.

Lo fa con un album dalle molte chiavi di lettura esistenziali e politiche. Del resto, i “vermi” di Hey you sono i fascisti.

Hey tu! Là fuori al freddo,
sei solo, stai invecchiando,
riesci a sentirmi?
Hey tu! Che stai nel passaggio
con i piedi stanchi e un sorriso che svanisce,
riesci a sentirmi?
Hey tu, non aiutarli a sotterrare la luce,
Non arrenderti senza lottare.

Quando, solo ai piedi del suo muro, Pink permette ai vermi di entrare nella sua testa, e sogna di incitare il suo pubblico all’odio razziale, trasformandosi in un dittatore (In the flash, pt. 2), emerge uno dei temi autobiografici più importanti di The Wall, che assillava Waters proprio in quel periodo: il rapporto col pubblico.

“So ya thought ya might like to go to the show?” Il difficile rapporto di Waters col pubblico

I Pink Floyd avevano chiuso gli anni ’60 come una band underground. Tempo un lustro, e attraversata l’eccezionale fase psichedelica—A Saucerful of secrets, Ummagamma, Atom Heart Mother—viravano verso il rock più tradizionale di The dark side of the moon (mediatore: Meddle). Nel frattempo erano diventati un gruppo da stadio. Magari un po’ anomalo, perché a nessuno importava troppo che faccia avessero, li si amava specialmente per la musica. Ma pur sempre un gruppo da stadio.

Questa cosa, più che al chitarrista-ingegnere del suono Gilmour, creava problemi a Waters, che provava disgusto per i concerti “spersonalizzanti” e stressanti negli stadi: Comfortably Numb ad esempio (uno dei pochi brani di The Wall di cui Gilmour scrisse la musica) è un dialogo fra Pink-Waters e il dottore che gli ha somministrato un farmaco grazie al quale può esibirsi come un rocker “efficiente” ma abulico.

L’album leggendario è “nato da uno sputo”?

Nel tour di Animals, un Waters ai ferri corti col pubblico durante un concerto a Montreal sputò in faccia a un fan. Lo si racconta spesso, è anche nell’ultimo libro di Nick Mason, ed è storia nota per gli appassionati dei Floyd: si vuole che proprio quest’episodio—da cui Waters per primo fu molto turbato, non potendo spiegarsi come gli venne di farlo—innescò in lui un bisogno di autoanalisi che in definitiva fece nascere l’album.

Waters sentiva una “barriera” tra sé e il pubblico, e tutto questo sarà tematizzato, visivamente, nel tour del 1980 di The Wall, quando durante il concerto viene pian piano “eretto” un muro poi “demolito” alla fine dello show. E credeva che la massificazione giovanile alimentata anche dal rock (guidato dall’industria) potesse favorire il pensiero passivo e acritico in cui attecchisce il totalitarismo.

The Wall: canzoni per abbattere i muri che ancora ci dividono

Nel 1982 uscirà il film di Alan Parker, Pink Floyd The Wall, con Bob Geldof nei panni del protagonista. Molti fan non lo amarono. Forse perché, come ha detto Ernesto Assante in questa bella puntata Wikiradio dedicata ai Pink Floyd, riunisce in una storia determinata, quella di un ragazzo che non vuole essere ciò che la famiglia e l’autorità vogliono obbligarlo a essere, i mille fili di The Wall, con cui ogni ascoltatore invece preferisce costruire le proprie visioni. Insomma, “restringe” l’impatto dell’album.

Dieci anni dopo la sua realizzazione, The Wall divenne un simbolo: Waters fu chiamato a Berlino—qui c’è un servizio d’epoca di Red Ronnie—un anno dopo la caduta del Muro, a suonare il suo album. A suonarlo lì dove un concretissimo muro aveva separato intere generazioni. Senza Gilmour non è la stessa cosa: ma a differenza di altri album, nella versione di Waters i pezzi di The Wall non sembrano affatto monchi: è la sua opera, è stato e resterà per sempre il suo più grande momento creativo.

Un messaggio valido oggi più che mai. Quanti muri ancora dividono il mondo? In un’intervista a Repubblica Waters rispondeva così:

Tanti. Il muro tra il nord e il sud del pianeta. Tra i ricchi e i poveri. Tra chi perseguita e chi soffre. E anche tra chi ha le chiavi del progresso, dell’informazione, e chi è condannato a vivere nell’ignoranza, nel buio. Non so come o quando li abbatteremo, ma almeno proviamoci, anche solo con una canzone se necessario.

Se c’è qualcosa che vuoi sapere su The Wall, rovista in questo bellissimo sito in italiano. O in questo sito in inglese con l’analisi dei testi

Immagine di Copertina ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images