Prima di Van Halen, Satriani, Brian May c'è stato un chitarrista di Potenza

Prima di Van Halen, Satriani, Brian May c'è stato un chitarrista di Potenza

Prendiamo per un attimo la classifica dei migliori chitarristi della storia secondo Rolling Stone. E leggiamo le prime posizioni. Jimi Hendrix, Eric Clapton (con o senza Cream), Jimmy Page, Keith Richards dei Rolling Stones, Jeff Beck e Van Halen.

Sono tutti chitarristi diversi, con un proprio stile. Ma tutti conoscono le basi dello strumento. Tutti cominciano da quelle. Quelle basi spesso sono il risultato di un lavoro precedente di altri musicisti che però non raggiungono quasi mai la fama meritata. Un esempio? Vittorio Camardese, un chitarrista di Potenza che non troverai mai né in quella classifica di Rolling Stone né in quella dei migliori chitarristi italiani.

Il tapping: la chitarra come un pianoforte

Tra le tecniche chitarristiche più note e suggestive c’è quella del tapping. Molto conosciuta (e temuta) da chi studia la sei corde. La tecnica consiste nell’utilizzare la mano che normalmente pizzica le corde (generalmente con un plettro) sul manico dove sta l’altra. L’effetto visivo è quello di suonare la chitarra come un pianoforte. Un esempio perfetto è questa cover di Stairway to Heaven dei Led Zeppelin suonata da Stanley Jordan (anche con due chitarre).

Ma chi ha “inventato” questo modo di suonare? Difficile stabilire chi sia stato il primo, ma generalmente si ritiene che ad averla codificata come la conosciamo oggi sia stata Eddie Van Halen.

Vittorio Camardese, il “Van Halen” italiano

Ma prima dell’avvento di Van Halen (fine anni ’70), c’è Vittorio Camardese. Chitarrista nato a Potenza nel 1929 (dove muore nel 2010), che impara a suonare la chitarra da autodidatta. È la sua più grande passione. Quando viene a Roma a studiare medicina la porta con sé e suona nei locali jazz della capitale.

Al Music Inn e al Folkstudio suona insieme a dei veri mostri sacri del genere. Come Chet Baker, Irio de Paula e Stéphane Grappelli.

Durante quei live, Vittorio insieme al suo bagaglio tecnico jazzistico porta anche una “sua invenzione”. Così la definisce, nel 1965 quando viene invitato come ospite al programma condotto da Arnoldo Foà intitolato Chitarra, amore mio.

Vittorio, in questo straordinario filmato, appare molto timido. Più che un chitarrista sembra un impiegato, e in effetti parla principalmente del suo lavoro di radiologo all’inizio.

A un certo punto però il conduttore gli chiede di mostrargli quel modo particolare, “suo”, di suonare la chitarra. “Io ho sempre suonato in questo modo”, avverte Vittorio: “Sono un autodidatta. Invece di pizzicare la corda, la percuoto”. E attacca un mambo con il tapping. Come secondo brano, Camardese sceglie qualcosa di più “melodico” e suona un pezzo jazz con tanto di walking bassaiutandosi con l’indice e le altre dita per l’accompagnamento.

È un’esecuzione molto difficile, ma Camardese padroneggia la tecnica con disinvoltura. L’effetto è ancora più entusiasmante se si confronta con la sua incredibile timidezza.

Un chitarrista fuori dagli schemi

Vittorio era un uomo schivo e modesto, lontano dagli schemi cui siamo abituati a immaginare oggi i musicisti. Soprattutto i chitarristi. Dopo quell’esibizione da Foà, gli propongono di esibirsi ancora in tv (lo vuole Renzo Arbore), ma si rifiuta. È sfuggente. Tutti lo cercano.

Non può suonare con i suoi colleghi stranieri che lo invitano negli Stati Uniti, perché ha paura di volare. Uno di questi è Chet Baker che gli scrive bellissime lettere in un italiano stentato che dimostrano grande stima e affetto: “Io spero che tu continua suonare vosta guitare perché ha un sacco di talento, senza altro”.

Oggi di lui ci è rimasto pochissimo materiale. Ma questo video, una volta messo online nel 2013 dal suo figliastro, il chitarrista (guarda un po’) Roberto Angelini, ha fatto il giro del web ed è stato condiviso tra gli altri anche da Joe Satriani e Brian May.

https://twitter.com/drbrianmay/status/352956102046003200

Extra: il tapping di Roy Smeck

Il tapping, abbiamo capito, è una tecnica che si è formata pezzo per pezzo, frutto dello studio di vari musicisti (spesso lontani geograficamente). Prima ancora di Camardese, infatti, un suonatore di ukulele molto noto negli anni ’30, Roy Smeck, suona così il suo strumento.

Immagine di copertina