Vinicio Capossela, guida per principianti

Vinicio Capossela, guida per principianti

Qualche anno fa amavo incontrare ragazze che non conoscevo, poi mi è piaciuto più ballare, poi mi è piaciuto l’asfalto, i motel, gli amici, mi è piaciuto soffrire, mi è piaciuto inventare, mi è piaciuto il fascino delle divise. Dopo, hanno iniziato a interessarmi i mostri, la mitologia, la religione, le pietre, il russo, il cinese, gli inni, l’esercito della salvezza, i racconti di natale e la birra in frigo.

In questo breve elenco, stilato durante un’intervista strampalata alle Invasioni Barbariche, si può leggere un’introduzione a Vinicio Capossela. Quello che è stato definito da molti, il “Tom Waits italiano”.

Capossela è però qualcosa di molto diverso. Di unico. Dentro il suo mondo c’è spazio (e molto) per l’influenza del maestro di Pomona, ma non solo.

La sua biografia, di pari passo con la sua ricerca musicale, è quella di un vagabondo. Fin da subito vive una situazione paradossale: nasce in Germania da genitori emigrati ma sente la mancanza dei luoghi dei suoi, in Irpinia. Questi acquistano quasi un’aura mitica. “Luogo d’epos omerico”, come lo ha definito Massimo Padalino in Il ballo di San Vinicio.

Lo chiamano Vinicio per due motivi. L’attore protagonista del film “Quo vadis?” e per un fisarmonicista amato dal padre. È soprattutto lui che avvicina il figlio alla musica. Tra i suoi modelli c’è Tenco e la grande tradizione italiana. La notte, ricorda Vinicio, “sognava Celentano. E quando si svegliava non sapevamo come aiutarlo”. Ad Hannover ci resta soltanto un anno. Per ritornare in Italia, in Emilia, la sua seconda casa.

Il primo strumento che suona è l’organo. “Avevo un’attrazione fisica per gli strumenti a tasto, una cosa irresistibile, era il mio feticcio”. Il pianoforte gli sembra troppo triste, però. Lui preferisce le luci dell’organo elettrico.

Al liceo, come molti nella sua scuola, mette su un gruppo rock. Ma all’ultimo anno scopre Tom Waits. E decide di spostare il suo interesse “al contrabbasso, al sassofono”. Non è facile trovare altri compagni che hanno voglia di suonare il jazz: allora mette su un duo. I Blue Valentine, come il titolo un album di Waits.

Da giovane volevo fare il cantante confidenziale, quello che ci si chiede: ‘sarà successo anche a lui?’

Guccini è il primo ad ascoltare i nastri di Vinicio. Gli fa conoscere Renzo Fantini che diventerà il suo produttore. Il suo primo album è del 1990, si intitola All’una e trentacinque circa.

I primi lavori: Vinicio il confidenziale

L’orario dell’album si riferisce a quello in cui in genere attacca a suonare nei locali. Il disco gli fa vincere la prima targa Tenco. Ne vincerà altre tre.

La bellezza dei brani di Capossela, oltre agli arrangiamenti jazz deliziosi, sta nelle parole. Atmosfere fumose, notti fonde, amori finiti. I testi sono di una poesia che si potrebbe dire nuova tra i cantautori italiani. La sua voce, non bella ma estremamente espressiva, duetta perfettamente con il pianoforte. Soprattutto in “Stanco e perduto“. Una delle prime canzoni scritte da Capossela.

La seconda opera è Modì dedicato al pittore Amedeo Modigliani. Proprio la prima canzone, omonima, è un capolavoro. Racconta dell’amore travolgente del pittore con Jeanne.

Il disco riscuote un più grande successo commerciale rispetto all’esordio, grazie soprattutto al brano “…e allora mambo“. Che rientrerà nella colonna sonora del film Non chiamarmi Omar, del 1999.

Il “tocco” di Capossela è già maturo. La sua impronta si può sentire anche nelle cover. Come quella, bellissima, di un brano di Vladimir Visotski: “il pugile sentimentale“.

Il suo nome arriva anche in Francia. Pubblica Camera a sud, nel 1994. Più Vinicio diventa internazionale, più, paradossalmente, si lega alla terra dei suoi genitori. L’Irpinia è una sensazione, una terra omerica, anche uno spicchio dei Balcani. Più che evocare direttamente un luogo, Capossela sembra rievocarne lo spirito.

Preferisco rimanere un’impressione, preferisco le impressioni. Le impressioni emozionano. È inutile conoscere: molto meglio supporre.

Il ballo di San Vinicio

Il 1996 non è un anno facile. “Mi presi molti rischi e sfasciai tutto quello che avevo costruito fino ad allora”. È un anno di stravolgimenti. Come lui stesso racconta, gli viene “il ballo di San Vito”.

Non ebbi più fissa dimora e cercai di parlare del fuoco con la mano sinistra dentro un braciere.

Il ballo di San Vito è un altro grande album. Suona per l’occasione, tra gli altri, anche Marc Ribot, chitarrista sopraffino anche di Tom Waits. Alla sua anima confidenziale Vinicio ne aggiunge una “paesana“, chiassosapiena di vita e mistero.

Dopo un altro bell’album live, “Liveinvolvo” (“Il concerto non è un punto di arrivo, ma da lì si parte”), Capossela si prende una pausa di un paio di anni. Il suo ritorno ci regala forse il suo disco migliore. Un album complesso, ricco, pieno di uomini e donne e ricordi novecenteschi. Canzoni a manovella.

Un album stilisticamente esagerato. Si possono sentire alcune delle infinite influenze di Vinicio, da Louis Ferdinand Céline ad Alfred Jarry. Ma c’è spazio anche per la guerra, Auschwitz, i Balcani, l’amore, la passione, la follia di un secolo.

Vinicio Capossela guarda il mondo da un oblò”, ha scritto Claudio Fabbretti: “e ne restituisce un’immagine di straripante creatività felliniana, assistito da una pattuglia di musicisti di lusso […] Monumentale e certamente non facile, ma fabbricato con mezzi espressivi più leggeri dell’aria, Canzoni a manovella è il grimaldello con cui Capossela scardina le ultime resistenze di una critica che da qui in poi inizierà a venerarlo quasi incondizionatamente.

Un album faticoso. Torna solo nel 2006 con un lavoro di inediti. Ovunque proteggi.

Al contrabbasso sta Ares Tavolazzi, ex componente degli Area. Non è un disco timido, nonostante il capolavoro precedente. Si potrebbe dire anzi, ancora più sperimentale. Tra musica elettronica e ritmi ancestrali.

Da solo: tra musica e teatro

Nel 2008 pubblica Da solo. Un disco delicato, semplice e tenero. Anche se non mancano i picchi di lirismo.

Un disco che si chiama così perché se magari uno non si sente da solo, ascolta questo disco e ci diventa.

Nel 2011 inizia una nuova fase per Capossela, quella della musica e del teatro. Con Marinai, profeti e balene, Capossela si mette in mostra come grande scrittore. Racconta in maniera epica di vascelli fantasma, sirene, balene, squali. È un Omero metafisico. Un’opera che necessita anche di essere vista sul palco.

Rebetiko Gymnastas è un piccolo grande album dedicato alla Grecia, la culla della nostra civiltà. Ci sono quattro brani inediti e altri otto classici di Capossela suonati in stile rebetiko. Il genere, nato a Salonicco negli anni Trenta era usato dagli emarginati per raccontare le loro vite.

È poi il turno del suo ultimo album di inediti Canzoni della Cupa, del 2016. Dedicato apertamente al paese dei Coppoloni, come l’ha chiamato in uno dei suoi libri. L’Alta Irpinia, la terra dove Vinicio non è mai cresciuto ma alla quale si sente straordinariamente legato. È finalmente arrivato.

Ogni nuova tappa per lui è sempre un traguardo, un approdo doloroso. Si potrebbe traslare così il discorso a tutti i suoi dischi. I suoi mondi. Lo spiega lui in un’intervista da Luttazzi.

Le cose che hanno davvero un peso determinante sono gli addii, perché non c’è niente da fare, per andare avanti bisogna sempre lasciare qualcosa indietro. E l’addio è sempre determinante.

Immagine via Flickr