In che modo Cambridge Analytica ha spiato 50 milioni di utenti su Facebook

In che modo Cambridge Analytica ha spiato 50 milioni di utenti su Facebook

Quelle che finora erano distopiche congetture, oggi non ci sembrano più così inverosimili. Quanto sta emergendo dalle inchieste condotte dal Guardian e dal New York Times sembra venir fuori dalla mente di Orwell o Frank Underwood. Stiamo parlando dell’uso illecito a fini elettorali dei dati di 50 milioni di utenti raccolti su Facebook da Cambridge Analytica.

Alla chiusura di Wall Street, il 19 marzo, le perdite del titolo dell’azienda di Zuckerberg hanno registrato un -6,7%. E per la prima volta è stato segnalato anche un calo degli utenti dalla piattaforma. Non colossale, ma pur sempre un calo. Per capire come leggere il fenomeno, basti pensare che l’ultima brutta seduta di Facebook a Wall Street risale al settembre 2012, quando era quotato da meno di quattro mesi.

Kenny Polcari direttore di O’Neil Securities ha commentato così il colpo a Facebook:

La conferma di come ciò che temevamo da tempo sia oggi una realtà preoccupante. È come se gli utenti del social avessero preso coscienza del fatto che i loro post vengono utilizzati in tanti modi non consentiti.

La faccenda è molto complessa ed è emersa, relativamente, di recente. È bene quindi fare chiarezza. Prima di tutto partendo da Cambridge Analytica.

Tutte le “tracce” che lasciamo su Facebook

L’azienda, fondata nel 2013 da Robert Mercer, e il cui CEO Alexander Nix è oggi nell’occhio del ciclone, è specializzata nel raccogliere dati online. Come sicuramente saprai, quando accediamo a Facebook ogni like, ogni post, ogni commento, status o fotografie ci caratterizza. È un pezzo di noi. Non soltanto su FB, ma anche sui siti di e-commerce. Tutti ce ne siamo accorti almeno una volta, quando abbiamo visto comparire su un sito che non c’entrava niente la pubblicità del libro che avevamo messo nel “carrello” di Amazon qualche giorno prima.

Cambridge Analytica è specializzata nella raccolta di dati e anche nella costruzione di algoritmi che profilano “tratti della personalità, idee politiche e possibili condotte delle persone esaminate per poi elaborare tutti questi dettagli e creare una rete di disinformazione“. Queste sono le parole di Christopher Wylie whistleblower di Cambridge Analytica.

Può sembrarti esagerato ma bastano pochi like agli algoritmi di Cambridge Analytica per avere un quadro dell’utente accurato. In un interessante articolo di Vice Michal Kosinski, uno dei ricercatori di Cambridge che ha sviluppato un algoritmo dell’azienda, ha affermato che ne servono appena 150 per conoscere il soggetto meglio dei genitori e 300 per competere con il suo partner.

Giovanni Buttarelli, garante europeo della protezione dei dati, ha confermato questo procedimento, in un’intervista su La stampa:

Questi algoritmi che non conosciamo […] fanno una classificazione straordinariamente granulare, […] fotografano la persona meglio di quanto possano fare gli stessi parenti.

Come avveniva la raccolta di informazioni degli utenti

I dati su Facebook però non venivano raccolti direttamente da Cambridge Analytica. Questa azienda li elaborava, mentre a raccoglierli ci aveva già pensato l’app di Aleksandr KoganThisisyourdigitallife“. Simone Cosimi, su La repubblica, l’ha giustamente definito “un cavallo di troia“.

Nel 2015, questa app veniva scaricata da 270 mila persone e coinvolgeva gli utenti in un test della personalità. Li sfidava nella previsione del loro comportamento e nello stilare un profilo psicologico. E intanto “sottraeva una gran quantità di informazioni su orientamenti e preferenze”.

Per essere utilizzata, questa app—ed ecco l’aggancio incriminato a Facebook—richiedeva l’accesso tramite social network. In questo modo, raccoglieva, legalmente, informazioni sull’indirizzo mail, l’età, il sesso e altro.

Nel momento in cui i 270mila utenti hanno scaricato l’app, quasi sicuramente, ignoravano il fatto che fosse “libera” di raccogliere le informazioni anche dei loro amici. Senza che questi ultimi venissero avvisati. Tutto legale, insomma. Nelle condizioni d’uso di Facebook era permesso. Non c’era una falla nel sistema, nessuno si era intrufolato illegalmente. Questo forse rende ancora più inquietante il tutto.

Secondo una stima del New York Times e del Guardian, la app avrebbe carpito le informazioni di circa 50 milioni di utenti. Ciò che è stato commesso illegalmente è stata la condivisione di informazioni a Cambridge Analytica. I termini contrattuali tra Facebook e l’app, infatti, non lo permettevano.

Qui però si entra in una zona grigiaChristopher Wylie, in un’intervista a Tim Hume Hind Hassan, ha affermato che Facebook fosse al corrente di questa violazione. Ma che abbia sospeso Cambridge Analytica soltanto venerdì 16 marzo, quando è uscita fuori la notizia. 

Come i dati raccolti coinvolgevano anche le votazioni politiche

Questi “pattern” realizzati da Cambridge Analytica non venivano soltanto usati per scopi commerciali.

È stato sviluppato un sistema di “microtargeting comportamentale”. Lo spiega il giornalista Emanuele Menietti in questo articolo de Ilpost:

Una pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona. […] Per far leva non solo sui gusti—come fanno gli altri sistemi analoghi—ma sulle emozioni degli utenti.

Proprio per questo suo straordinario lavoro, Cambridge Analytica è stata l’azienda a cui il comitato di Trump ha affidato la raccolta dati per la campagna elettorale nel 2016. Una campagna in cui è stato fatto un uso indiscriminato di fake news per affossare la credibilità di Hillary Clinton, attraverso la creazione di “bot“.

La raccolta di dati per creare pubblicità ad hoc per gli “utenti-elettori” era già stata usata anni prima nella campagna elettorale di Obama. Eletto Presidente degli Stati Uniti grazie anche all’aiuto dei social network. Ma in quel caso, è bene precisare, Obama non vinse grazie a un processo di “disinformazione“.

Sempre grazie a un articolo del Guardian di un anno fa, il nome di Cambridge Analytica era uscito fuori per la campagna referendaria della Brexit. L’azienda aveva collaborato alla raccolta di dati e informazioni sugli utenti, utilizzati per condizionarli e agevolare l’uscita del Regno Unito dalla UE.

Il magistrato Buttarelli, sempre sulle pagine de La stampa, ha tratteggiato uno scenario alquanto drammatico:

Non è una fantasia che alcune campagne politiche siano state basate su questi strumenti e abbiano orientato e manipolato i messaggi sulla base di un’indebita profilazione delle persone. Parliamo di dati che riguardano persino il servizio sanitario nazionale. Gli algoritmi raccolgono tutto, e fanno come si fa col maiale; non buttano via niente.

Immagine di copertina di Tim Bennett