La storia di José Alvarenga, rimasto su un'isola deserta per 438 giorni

La storia di José Alvarenga, rimasto su un'isola deserta per 438 giorni

Ti ricordi il film Cast Away? Uscita ormai quindici anni fa, la pellicola diretta da Robert Zemeckis aveva come unico attore Tom Hanks, nei panni di un naufrago. Chuck, il nome del personaggio, era costretto a vivere su un’isola deserta per quattro anni, passando il tempo a parlare con un pallone di nome “Wilson”.

Quella storia fantastica rivive oggi nel racconto del pescatore José Alvarenga. Un giorno di tre anni fa, la notte del 17 novembre, José si imbarca come al solito per andare a pescare sulle coste del Chiapas con l’amico Ezequiel. Durante la notte però una tempesta li coglie in pieno mare, trascinando a largo la loro piccola imbarcazione. Il motore va fuori uso e José, in preda alla frustrazione, distrugge il GPS non più funzionante. Di loro si perdono le tracce per 438 giorni, quando viene avvistata di nuovo la barca a 7mila chilometri di distanza, sulla spiaggia di Tile Island.

Il 30 gennaio viene ritrovato soltanto José, l’amico è morto. Tornato a casa, il naufrago si rifiuta di rispondere ai giornalisti. I resoconti che iniziano a girare sono confusi, imprecisi e a volte contraddittori. Alcuni credono che la sua storia non sia vera.

Dopo qualche tempo, un giornalista del Guardian, Jonathan Franklin lo va a trovare per fargli qualche domanda. Vuole scrivere un libro sulla storia che ricostruisca i fatti per filo e per segno senza fraintendimenti. José accetta perché Jonathan parla bene lo spagnolo e lo stima per i suoi vecchi reportage.

Il libro è uscito qualche giorno fa in America, dal titolo: “438 Days: An Extraordinary True Story of Survival at Sea“. Il risultato è il frutto di più di 44 interviste.

Grazie al giornalista sono stati riportati alcuni fatti evidenti che certificano la veridicità della storia: alcuni testimoni l’hanno visto salpare da Costa Azul, il suo datore di lavoro ha ricevuto una richiesta d’aiuto via radio prima che il GPS andasse fuori uso e la Guardia costiera messicana conferma la ricezione dell’sos ma di aver sospeso le ricerche dopo due giorni per la scarsa visibilità. In più la barca ritrovata sulla spiaggia di Tile sarebbe la stessa della partenza.

Ma come è riuscito a sopravvivere José per più di un anno da solo su un’isola deserta? Per saperlo ovviamente bisognerà leggere il libro, aspettando presto la sua traduzione in Italia, ma intanto ha dichiarato che mangiava i pesci catturati con le mani, le meduse, i rifiuti recuperati in sacchetti di plastica galleggianti e le sue unghie. Per distrarsi e non finire vittima della follia viveva una realtà parallela, immaginando di passeggiare sui prati e di incontrare amici e familiari.

Il giornalista, in un’intervista, ha detto che anche se può sembrare assurdo sopravvivere in quelle situazioni: “ognuno di noi porta dentro di sé una riserva formidabile di volontà e capacità di recupero. A vederlo da fuori José sembra una persona qualsiasi, mentalmente in pace. Non si indovinerebbe mai cosa sia stato in grado di fare e sopportare fino a quando non ci si siede ad ascoltarlo.”

Immagine tratta da YouTube