Sapevi che la pesca industriale sfrutta oltre la metà dei nostri mari?

Sapevi che la pesca industriale sfrutta oltre la metà dei nostri mari?

Un’altra triste notizia. Quella sulle conseguenze della pesca industriale in Antartide. I pescherecci cinesi, sudcoreani, norvegesi, stanno togliendo di bocca il cibo a numerose specie di animali. Pinguini, foche, balene.

A lanciare l’allarme è stato Greenpeace che ha invitato i governi di tutto il mondo a istituire con urgenza “una rete globale di santuari marini”. Delle aree protette dove è vietata l’attività di pesca per il rispetto della natura e della sua fragile sopravvivenza.

Il dato sulla pesca in Antartide diventa ancora più drammatico se accompagnato a un altro studio pubblicato di recente su Science. Un lavoro gigantesco di ricerca i cui dati sono stati poi riportati da un articolo di Le Monde, e ripresi anche da Internazionale. Definirli sorprendenti è dir poco.

La pesca industriale sfrutta oltre la metà dei nostri oceani

Il primo dato che salta all’occhio è sicuramente questo: la pesca industriale sfrutta il 55% della superficie dei mari di tutto il mondo. Stiamo parlando di un’area pari a quattro volte la superficie necessaria all’attività agricola.

Circa 200milioni di chilometri quadrati rispetto ai 50 milioni sfruttati dall’agricoltura. Lo studio ha un livello di precisione e accuratezza altissimi. In grado anche di registrare gli spostamenti e le attività ora per ora delle singole navi. Su un complessivo di 70mila navi commerciali, suddivise in base alla loro dimensione e alla loro potenza.

Per portarlo a termine è stata necessaria la collaborazioni di ONG come la Global Fishing Watch e la National Geographic Society. I ricercatori che hanno preso parte al progetto sono sia americani che canadesi. Essenziale, come spesso succede nelle mappature mondiali, il contributo di Google. Utile anche il finanziamento dell’attore Leonardo Di Caprio. Sempre in prima linea per quanto riguarda le questioni ambientali del nostro pianeta.

Sono stati elaborati circa 22 miliardi di segnalazioni di posizione in un arco di tempo di 4 anni. Tra il 2012 e il 2016.

I dati possono essere scaricati e consultati da tutti. La sua diffusione è stata pensata soprattutto per arrivare all’attenzione di chi prende le decisioni politiche. L’ha spiegato David Kroodsma, direttore per la ricerca del Global Fishing Watch:

Cerchiamo di migliorare la trasparenza nel settore della pesca commerciale e di fornire strumenti per una gestione sostenibile.

600 volte un viaggio dalla Terra alla Luna

Abbiamo parlato del 55% della superficie dei mari. Ma ci sono zone dove la copertura dei satelliti non è buona e affidabile. In queste regioni soltanto una bassa percentuale di navi invia segnali tracciabili con il ricevitore.

Perciò i ricercatori non possono escludere, e anzi sono convinti, che la pesca industriale arrivi a interessare addirittura il 73% della superficie dei nostri mari.

Nel 2016—ancora qualche dato in più per corroborare la tesi—sono stati contati 40 milioni di ore di pesca. Le navi hanno percorso 460 milioni di chilometri. Una distanza, per capirsi, pari a 600 volte quella tra la Terra e la Luna.

Dove si pesca di più

Lo studio mappa anche le zone di pesca più battute: sono quelle del nord-est dell’Atlantico, del nord-ovest del Pacifico e alcune regioni al largo dell’America meridionale e dell’Africa occidentale.

Nella classifica delle 15 nazioni che hanno pescato di più nel 2016 l’Italia occupa il quarto posto. Prima di lei la Cina (che stacca tutti con oltre 16 milioni di ore di pesca), Taiwan e Spagna. I nostri 2 milioni di ore di pesca sono più della Francia, del Giappone, della Russia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti.

Una mappa che ci aiuta a proteggere il nostro pianeta

L’intento della mappa è quello di attuare urgentemente una gestione sostenibile dell’attività di pesca. Altrimenti il rischio è quello di distruggere gli ecosistemi più fragili. Come la barriera corallina.

Pescare in maniera incontrollata è un pericolo per le specie marine che non riescono ad adattare il tempo della loro riproduzione. La cui sopravvivenza si compromette irrimediabilmente.

Secondo l’articolo di Le Monde, “la Fao ha rilevato che il 31% delle riserve ittiche mondiale è eccessivamente sfruttato, una percentuale che è triplicata in quarant’anni”.

La pesca, hanno poi concluso gli autori dello studio, “fornisce soltanto l’1,2% delle calorie consumate dagli esseri umani, cioè 34 chilocalorie per abitante al giorno”. L’impatto è molto più forte rispetto alle atre fonti di produzione alimentare.

Per vedere in tempo reale la situazione della pesca industriale nei nostri mari puoi farlo attraverso la mappa del Global Fishing Watch.

Immagine di copertina di Fredrik Ohlander