Due studiose di Yale hanno riscoperto e cucinato le ricette più antiche del mondo

Due studiose di Yale hanno riscoperto e cucinato le ricette più antiche del mondo

La storia è fatta anche di sapori. L’élite babilonese aveva i suoi chef, e uno chef, 4000 anni fa come oggi, deve pur segnare le ricette da qualche parte. È grazie a questa necessità che ci è possibile oggi leggere—o meglio, conoscere grazie a chi sa decifrare la scrittura cuneiforme—le ricette più antiche del mondo.

Sono incise su quattro antiche tavolette d’argilla. Custodite nella Babylonian Collection dell’Università di Yale. Indicano—in modo molto dettagliato, prima della sigla finale “pronto da servire”—come cucinare, tra le altre cose, il cervo, la gazzella, il montone, il piccione. Insomma, i babilonesi non mangiavano leggero nelle occasioni festive. Anche se i piatti vegetariani, nel ricettario, non mancano.

Con la stampa 3D di una tavoletta sottobraccio, Agnete Lassen e Chelsea Graham, due archiviste e studiose del mondo antico dell’Università di Yale, sono andate alla New York University. A una conferenza “paleo-gastronomica”. Dove, con l’aiuto di chef e altri ricercatori, hanno ricreato le ricette più antiche del mondo. Nel video qui sotto raccontano quest’incontro fra chimica, scienza culinaria e filologia semitica.

C’è anche un interessante resoconto pubblicato sul sito dell’Università. La varietà di ingredienti, spezie, addensanti, unita alle non semplici modalità di preparazione—gli uni e le altre più semplici per noi da reperire e svolgere, che per i babilonesi—fanno di queste ricette un documento dell’arte culinaria del tempo loro. Avvicinarsi a una cultura antica grazie alla cucina è un piacere intellettuale. Ma non sempre un piacere gustativo. I sapori sono decisamente “forti”.

Tre ricette fra le più antiche del mondo

Sono stati “reinterpretati” tre stufati. L’idea, ha sostenuto Chelsea Graham, è stata quella di “rivisitare—attraverso l’esecuzione—le vecchie traduzioni delle tavolette, vedere dove è possibile migliorare la comprensione della terminologia e avvicinarsi a una comprensione migliore delle ricette”. 

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La prima è una ricetta vegetariana. Stufato a base di porri e cipolle. Eseguirla, in questo caso, non ha aiutato molto i ricercatori a chiarire definitivamente perché fosse denominata, tradotto dall’accadico, “distensione” o “scioglimento” (di un nodo). Secondo un’ipotesi metaforica: forse la zuppa era una sorta di entrée che invitava i commensali a rilassarsi. Seguendo la lettera invece, potrebbe riferirsi a uno degli ingredienti: un blocchetto secco di grano schiacciato che si immerge nella zuppa sciogliendovisi.

Il secondo piatto è denominato Tuh’i. Uno stufato di agnello e barbabietole. Pietanza che tutto sommato è stata apprezzata per il sapore sobrio e composito. E che è parsa, nell’aspetto e al gusto, antenata del Borscht diffuso nei paesi slavi.

Il terzo piatto è un altro stufato di agnello ma a base di latte. Decisamente “arcaico”. Durante la cottura non ha fatto venire a nessuno la voglia di assaggiarlo. Anche perché il sapore forte dell’agnello non era attenuato da altri ingredienti. Tuttavia, terminata la lunga cottura, si è rivelato un piatto sofisticato, che aveva mutato non solo sapore ma anche consistenza, e alla fine è stato apprezzato.

Ed è proprio per questo effetto sorpresa, per questa antica “novità”, che ha avuto senso ricreare e assaggiare pietanze che, in quella forma, non si assaggiavano da 4000 anni. Conclude Agnete Lassen, una delle due studiose di Yale:

Cucinare, mangiare, usare i nostri sensi, è un’esperienza umana di base, e credo che possa trasmettere un profondo senso della storia.

Immagine: Copertina