Cambiamento climatico: come districarsi tra verità e falsità

Cambiamento climatico: come districarsi tra verità e falsità

Il riscaldamento globale è una questione complessa che ci riguarda tutti. Negli ultimi anni se n’è parlato tanto, e l’espressione è entrata a far parte del nostro vocabolario quotidiano. In alcuni casi, però, la reale entità di questo cambiamento continua a sfuggirci.

Questo perché gli studi che riguardano l’ambiente sono molto spesso previsioni, ma non solo: nonostante alcuni degli effetti annunciati siano già sotto i nostri occhi, dall’innalzamento delle acque a Venezia alla scomparsa di alcune specie animali, il dibattito sul cambiamento climatico ancora oggi divide.

Al centro di questa divergenza di opinione c’è di fatto l’attribuzione della responsabilità del mutamento climatico. Da una parte ci sono i sostenitori della “responsabilità umana”, e dall’altra gli scettici che credono sia un normale corso degli eventi. Il dialogo tra le due parti mischia spesso vero e falso, scienza e ideologia.

Partendo dal presupposto della libertà di opinione è bene però precisare che la diffidenza nei confronti del riscaldamento globale può nascere anche da una cattiva informazione e una serie di falsi miti che possono tranquillamente essere sfatati dalla scienza.

Nel 2012, Vaclav Klaus, allora presidente della Repubblica Ceca, scrisse un articolo, pubblicato sulla Stampa, sul pericolo della “Dottrina del riscaldamento globale”, affermando che è “difficile dimostrare l’influenza dell’uomo sul clima”. Klaus in quel discorso si dimostrava molto più interessato alla perdita economica derivante dalle restrizioni anti-global warming che all’ambiente.

Klaus e molti altri scettici prendono spesso a modello uno studio pubblicato dall’autorevole Hadley Center che afferma che il riscaldamento globale si sia arrestato nel 1998 e da lì in poi le temperature siano aumentate in maniera insignificante. L’incremento della temperatura media terrestre sarebbe di 0,02 gradi per decennio. Nel report però non viene preso in considerazione l’Artico, dove le temperature negli ultimi anni sono aumentate in modo più significativo.

Come suggerito sopra, scorgere la mano dell’uomo dietro il riscaldamento globale non è così semplice; per questo si sono sviluppate molte teorie che chiamano in causa altri fattori. La più fortunata riguarderebbe il sole: alcuni sostengono infatti che il riscaldamento sia riconducibile alle variazioni dell’attività solare. Non si nega che una variazione di temperatura possa dipendere da questo, ma la quantità di energia sprigionata dal sole varia appena dello 0,1%.

Gli scettici che accettano il riscaldamento globale, poi, lo sminuiscono parlando di risvolti positivi, come ad esempio gli inverni più miti, e sostengono che le temperature siano già aumentate anche in passato.

Eppure il 2014 è stato l’anno più caldo dal 1850. Poi è arrivato il 2015 a strappargli il primato, e non sappiamo ancora cosa ci riserverà il 2016. Ma non è solo questione di record: l’aumento delle temperature potrebbe portare a disastri per le coltivazioni, mettendo in ginocchio interi ecosistemi e impoverendo anche la nostra dieta.

Ciononostante, quanto stabilito durante la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 21) tenuta l’anno scorso a Parigi non cambierà l’agenda di numerose multinazionali. Secondo un sondaggio di Pwc, più della metà degli amministratori delegati ha affermato che la questione non è di primaria importanza: la strategia migliore rimane quella sul breve termine piuttosto che un rischio finanziario di lungo periodo.

Questo dato non può non stupire per il contrasto col responso del mondo accademico: il 90% degli scienziati intervistati sulla materia ha affermato che l’innalzamento delle temperature rappresenta un problema allarmante e il 97% attribuisce questo cambiamento alle attività umane.

Per avere un’idea chiara del riscaldamento globale anche fuori dalle porte dell’università, così da avere miglioramenti ambientali più decisivi e una politica green mondiale più forte, bisognerà ancora aspettare e sperare che le informazioni che riceviamo e sulle quali ci facciamo un’opinione siano sempre più il frutto della scienza e non dell’ideologia.

Immagine via Flickr