Cosa succede al nostro cervello quando impariamo uno strumento

Cosa succede al nostro cervello quando impariamo uno strumento

Music seems to help the pain / Seems to cultivate the brain.

Così cantavano, nel 1967, i Pink Floyd “psichedelici” di The Piper at the Gate of Dawn. La musica sembra alleviare il dolore, sembra motivare il cervello.

Se nel testo di Roger Waters—il primo scritto da lui e l’unico dell’album a non essere stato composto da Syd—si può leggere un non troppo velato rimando al potere allucinogeno della musica; c’è anche una seconda chiave di lettura. La musica come terapia. Un accostamento che avrebbe anticipato di qualche anno gli studi riguardanti quest’arte e i benefici della salute.

Studi che hanno approfondito tanti campi di ricerca: dal perché la musica ci fa venire i brividi, agli effetti dell’ascolto della musica sul nostro cervello. Dal modo in cui questa evoca i ricordi, alla scoperta di alcuni neuroni dedicati esclusivamente alle note musicali.

In un bel video realizzato da Life Noggin si risponde alla domanda: “suonare uno strumento in che modo interagisce con il nostro cervello?” Questa risposta, alla fine del video, diventa un esplicito invito ad avvicinarsi a uno strumento anche se si è, apparentemente, “fuori tempo massimo”.

Le abilità che acquisiamo attraverso l’apprendimento di uno strumento musicale possono aiutarci anche in altri campi della vita, non soltanto inerente alla musica.

I riscontri positivi, poi, si ottengono anche se si comincia “tardi” lo studio di uno strumento. Quando si è bambini la musica ha sicuramente un impatto decisivo nell’intelligenza e nella creatività, ma non solo. Anche da adulti, imparare uno strumento si rivela molto utile alla nostra “salute mentale”.

Come la musica migliora le abilità del nostro cervello

Suonare uno strumento, a un livello anche medio-basso, implica la cooperazione di vari sistemi: quello uditivo, motorio, sensoriale e visivo. Questi sono chiamati a lavorare insieme. La collaborazione produce degli effetti positivi sul benessere fisico e cerebrale.

Certo, più intensamente si studia lo strumento più i risultati saranno grandi. Ma anche svolgendo un’attività bassa, praticando soltanto per un’ora a settimana, i risultati sono importanti.

Può aumentare l’attività nelle zone del nostro cervello responsabili della memoria, dell’ascolto e del movimento.

Secondo alcuni ricercatori l’apprendimento di uno strumento potrebbe aumentare di qualche punto anche il nostro QI.

È stato poi accertato che le persone che suonano uno strumento risultano essere più efficienti in altri processi extra-musicali. Come processare le emozioni, imparare una nuova lingua e risolvere i problemi.

Suonare uno strumento aiuterebbe anche il nostro sistema immunitario a riprendersi da un calo dell’udito. Aiutando anche i pazienti che hanno avuto un ictus a recuperare le loro abilità motorie.

Imparare uno strumento inoltre fortifica la guaina mielinica, intorno ai nervi, permettendo una più repentina trasmissione di segnale all’interno dell’organismo.

Anche soltanto ascoltare la musica riparerebbe e rigenererebbe i nervi danneggiati del nostro cervello. Imparare uno strumento musicale, anche se siamo “in là con gli anni”, abbasserebbe del 64% il rischio di sviluppare demenza senile o altre menomazioni cognitive.

La mente dei musicisti è diversa

La mente di un musicista riscontra una più efficace cooperazione tra l’emisfero sinistro e quello destro. Questo aumenta anche la prontezza del pensiero. Secondo alcuni ricercatori nel cervello dei musicisti il corpo calloso, la struttura che connette entrambi gli emisferi, è più grande. In questo modo i due lati del cervello comunicano, l’uno con l’altro, in maniera più soddisfacente per risolvere i problemi.

È stato scoperto inoltre che il cervello dei musicisti riscontra spesso una maggiore quantità di materia grigia, più plasticità cerebrale, e una sostanza bianca alterata.

Ovviamente bisogna sottolineare un fattore: non è interamente chiaro se le differenze tra la mente di un musicista e quella di un non musicista siano generate dagli anni di apprendimento o se siano innate. Se, quindi, sono nate con queste differenze cerebrali che le hanno predisposte “naturalmente” alla passione per la musica.

Immagine di copertina di ian dooley