Qual è la differenza fra depressione e tristezza?

Qual è la differenza fra depressione e tristezza?

A tutti capita di vivere dei momenti di forte tristezza, e di chiedersi se non si è entrati in depressione. Riguardo ai disturbi mentali, infatti, c’è ancora molta confusione.

Questo è dovuto principalmente  al fatto che non se ne parla abbastanza, perché molto spesso le persone temono lo stigma della malattia mentale. Ma come riconoscere la depressione clinica dai semplici momenti di tristezza?

Come si riconosce la depressione?

Gli psicologi clinici si servono di un manuale specifico per catalogare e diagnosticare i disturbi mentali, si chiama DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder).

All’interno del manuale sono indicati i disturbi e i parametri per diagnosticarli. È così che i professionisti riescono a diagnosticare uno stato clinico da un episodio depressivo.

Come spiegato bene nel video TED-Ed qui sotto, i disturbi si riconoscono inizialmente dal fatto che si protraggono nel tempo.

Uno stato di forte tristezza, accompagnato da determinate caratteristiche, che persiste per più di due settimane indica il possibile insorgere di un disturbo depressivo.

Ma ovviamente non c’entra soltanto il prolungarsi di un profondo stato di tristezza. Le caratteristiche di questo disturbo—tristezza, isolamento, difficoltà a concentrarsi, profondo stato di insofferenza, inappetenza—devono mettere a repentaglio il funzionamento della vita di un individuo.

In pratica, lo stato di tristezza in cui versa il paziente gli impedisce di funzionare sul lavoro. O di avere dei rapporti umani costruttivi. Le persone clinicamente depresse si allontanano da tutto o hanno enormi difficoltà a vivere una vita normale. Mentre chi soffre di un periodo di melanconia passeggera e motivata riesce, pur con le difficoltà del caso, ad andare avanti nella sua vita.

La depressione clinica, poi, incide anche sul cervello a lungo termine. Il cervello comincia ad avere un’emissione eccessiva o diminuita di determinati neurotrasmettitori, come dopamina, norepinefrina e serotonina.

Come l’uomo interpreta la tristezza

E ora veniamo alla tristezza. Perché l’interpretazione di questo stato mentale ed emotivo non è sempre stato conforme a quella che ne diamo oggi. Questo video di TED-Ed, ne ripercorre la storia.

Oggi sappiamo che la tristezza è una risposta emotiva a una situazione di disagio e difficoltà. Ma l’idea che la tristezza fosse dovuta a fattori esterni è un’acquisizione tutto sommato recente.

Un tempo, ad esempio, i medici greci credevano che fosse dovuta a un disturbo vascolare. La parola melanconia, infatti, deriva dal greco melaina kole, che tradotto significa “bile nera“. La bile, appunto, che causava questi disturbi vascolari e faceva sprofondare nella tristezza.

Ma le interpretazioni non riguardano soltanto le cause, ma anche lo scopo di questa condizione. Stando agli antichi greci la tristezza era sinonimo di mancanza di equilibrio fra gli elementi della propria vita, e serviva a indicare quando certe dinamiche andavano cambiate.

Altre scuole di pensiero, invece, hanno sostenuto che la tristezza sia una parte fondamentale dell’esperienza umana. Per Robert Burton—saggista inglese del sedicesimo secolo, e autore di L’anatomia della malinconia—ad esempio, la melanconia era una conseguenza diretta della conoscenza.

E ancora, i poeti romantici credevano fermamente che essere tristi avvicinasse gli uomini alla comprensione di tutti gli altri aspetti della vita, come la bellezza o la gioia.

L’idea che abbiamo delle nostre emozioni, quindi, non può basarsi soltanto su un determinismo clinico. Limitarsi a domandarci se uno stato di melanconia sia dovuto all’insorgere della depressione clinica è troppo riduttivo.

Le emozioni, infatti, oggi in psicologia sono definite come degli stati adattivi all’ambiente. Delle risposte rapide che il nostro cervello adotta per predisporci verso certe situazioni. Un’acquisizione a cui l’uomo è arrivato, come abbiamo visto, tramite un lungo percorso di analisi. Non possiamo occuparci solo della qualità della tristezza (più o meno grave), o delle ripercussioni che ha sulla nostra vita, ma cercare di capire il suo significato.

Per farlo, come accennavamo all’inizio, è importante superare lo stigma del disagio mentale: riconoscere che certi disturbi non riguardano un segmento isolato della società, ma fanno parte dell’esperienza umana.

Immagini: Copertina