Si può dimenticare la propria lingua madre?

Si può dimenticare la propria lingua madre?

Un problema che a volte colpisce gli expat che lasciano il proprio Paese per trasferirsi all’estero, è quello di avere difficoltà nel ricordare alcune parole del loro idioma di origine. Singoli vocaboli, o a volte costruzioni sintattiche. Ma è veramente possibile dimenticare la propria lingua madre?

Se lo è recentemente chiesto la giornalista tedesca Sophie Hardach, che da anni vive in Inghilterra, e che durante una conversazione con suo fratello si è accorta di avere difficoltà nel comprendere alcuni vocaboli tedeschi. La cosa l’ha molto colpita, così ha deciso di approfondire la questione, e ha scoperto che le cause che portano a “dimenticare” la lingua madre sono spesso controintuitive. Il tempo di permanenza nel nuovo Paese, ad esempio, sembra non giocare un ruolo di grande rilievo.

La correlazione con l’età

Per riuscire a documentarsi sulla questione, Hardach si è affidata innanzitutto a Monika Schmid. Ricercatrice di linguistica alla Essex University. Che da anni studia una branca della linguistica che si occupa degli attriti fra idiomi. Ovvero quei meccanismi che rendono difficoltoso imparare una lingua, oppure facile dimenticarla.

La prima cosa che la Schmid ha tenuto a specificare riguarda i falsi miti legati a questo problema. La mancanza di socializzazione con altri madrelingua nel nuovo Paese, ad esempio, sembra non giocare alcun ruolo nella perdita dell’idioma. Così come i lunghi periodi che passano fra i viaggi di ritorno nel proprio Paese d’origine.

La prima correlazione marcata è quella dell’età. I bambini, in particolare, hanno molta più probabilità di dimenticare la nuova lingua. E questo grazie—o a causa—della loro plasticità e flessibilità cerebrale. Gli studi della linguista—eseguiti in particolare sui minori adottati internazionalmente—hanno evidenziato che fino ai 9 anni un bambino può completamente dimenticare l’idioma d’appartenenza. Fino ai 12 anni, poi, l’attività linguistica di una persona è particolarmente vulnerabile.

L’incidenza dei traumi

Un altro fattore molto importante poi, è l’incidenza dei traumi. Studiando la correlazione fra età, tempo passato nel Paese d’origine, e mantenimento della lingua madre, la Schmid si è imbattuta in un dato molto importante. L’esperienza emotiva gioca un ruolo molto importante.

Se n’è accorta studiando la perdita dell’idioma d’appartenenza nelle comunità ebraiche americane e inglesi con membri che avevano dovuto lasciare la Germania o l’Olanda durante il regime nazista. I membri più anziani delle comunità, anche se avevano lasciato i Paesi d’origine in età adulta, presentavano molti più problemi nel ricordare la loro lingua madre rispetto ai soggetti che—perché molto più giovani—avevano meno coscienza di quello stava accadendo.

Sembrava il chiaro risultato di un trauma. Anche se il tedesco era la lingua dell’infanzia, della casa e della famiglia, era anche il linguaggio dei ricordi dolorosi. I rifugiati più traumatizzati l’avevano soppresso. Uno di loro mi disse: ‘sento che la Germania mi ha tradito. L’America è il mio Paese e l’inglese è la mia lingua’.

La predisposizione linguistica

Ovviamente, però, i traumi hanno un’incidenza limitata statisticamente. Nella maggior parte dei soggetti che manifestano difficoltà nel funzionamento della lingua madre, le cause sarebbero da ricondurre alla loro capacità linguistica. Se un soggetto è particolarmente dotato nell’apprendimento delle lingue, i due idiomi—il vecchio e il nuovo—è come se si differenziassero e facessero parte di due sistemi.

Un sistema media le capacità linguistiche pregresse, e un altro media le capacità delle lingue apprese dopo la prima. In questi soggetti è come se i due sistemi non si intrecciassero: di fronte a un oggetto il loro cervello seleziona il giusto sostantivo in base alla lingua in cui si sta parlando.

Mentre i meno dotati dal punto di vista linguistico, non riescono a discriminare nello stesso modo. Il loro cervello crea una sorta di sistema ibrido, in cui coesistono entrambe le lingue. Così le strutture linguistiche si mischiano, e creano un linguaggio ibrido. Schmid se n’è accorta studiando le varie tipologie di linguaggio urbano nelle aree antiche di Londra.

La capitale inglese, infatti, è una delle metropoli in cui coesistono più lingue del mondo. Osservando il comportamento di appartenenti alla comunità italiana o araba, ha notato che nei soggetti meno dotati linguisticamente—non importa di che età o estrazione sociale—la lingua madre e l’inglese si mischiavano. E questi soggetti erano gli stessi che poi mostravano difficoltà nell’utilizzo della propria lingua d’origine.

Immagini: Copertina