Le emozioni intraducibili in italiano ma che tutti proviamo

Le emozioni intraducibili in italiano ma che tutti proviamo

Sappiamo tutti quali sono le sei “emozioni primarie”: rabbia, paura, felicità, disgusto, tristezza e sorpresa. E per ognuna di esse, praticamente in ogni lingua del mondo, esistono dei sostantivi semplici e traducibili. Ma le emozioni provate dall’uomo sono molte, e alcune di esse acquistano sfumature diverse in base alla lingua che le esprime.

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Il ricercatore inglese Tim Lomas, della University of East London, ha da tempo lanciato un progetto di ricerca—chiamato Positive Lexicography Project—per analizzare le sfumature che i vari ceppi linguistici utilizzano per riferirsi alle emozioni umane.

Durante la sua ricerca, ha scoperto che nel mondo non soltanto alcuni sostantivi utilizzati per indicare emozioni comuni danno significati contrastanti, ma che esistono anche parole utilizzate in alcune lingue per riferirsi ad emozioni che non hanno un corrispettivo lessicale in altri idiomi. Vediamone alcuni.

Il termine giapponese “Natsukashii“, ad esempio, indica uno stato di benessere provocato dalla nostalgia per il passato. Evocato da ricordi per cui non si prova rimorso o rimpianto. È un emozione che tutti conoscono, ma nella nostra lingua non esiste un termine per indicarla.

In Portogallo, invece, quando si vuole indicare un completo abbandono dei freni inibitori e della timidezza per godersi il divertimento, si usa la parola “Desbundar“. Oppure in lingua araba il termine “Tarab” sta a indicare un senso di estasi e piacere provocato dall’ascolto della musica.

Gli esempi in questo senso sono numerosissimi: nella lingua Inuit “Iktsuarpok” indica il senso di felice irrequietezza che si prova mentre si aspetta qualcuno a cui si vuole molto bene; nelle Filippine “Gigil” è utilizzato per descrivere la voglia di fare il solletico o le coccole a qualcuno che ci sta simpatico; i cinesi usano “Yuan bei” per descrivere l’emozione che si prova nel realizzare a pieno le proprie aspettative.

E ce ne sono alcune che sembrano non descrivere tanto emozioni, quanto predisposizioni di spirito: come il termine ungherese Pihentagyú, che indica la facilità di avere buone idee con il minimo sforzo.

Questo studio è molto interessante, anche al di là del mero interesse antropologico o semantico, perché mostra come la descrizione della realtà e delle sensazioni umane possa cambiare in base al tipo di cultura da dove si proviene.

Immagini: Copertina