Cinque falsi miti sulla comunicazione non verbale

Cinque falsi miti sulla comunicazione non verbale

La comunicazione non verbale è l’insieme di tutte quelle forme di interazione umana che non riguardano il linguaggio. Attraverso la postura del corpo, le espressioni facciali, la posizione che occupiamo nello spazio rispetto agli altri, noi comunichiamo, anche a livello inconscio. Spesso, in maniera più esplicativa rispetto alle parole.

Ma riguardo alla comunicazione non verbale esistono dei falsi miti. Alimentati anche e soprattutto da film e programmi televisivi che ne hanno amplificato la portata. Comunemente si ritiene, ad esempio, che guardare in alto a sinistra mentre si parla sia sintomatico di una persona che sta mentendo. Oppure che le braccia conserte indichino chiusura verso l’ambiente in cui ci si trova. Vediamo insieme alcuni di questi stereotipi.

Lo sbadiglio è indicativo di una profonda noia

Secondo le credenze comuni, una persona che sbadiglia mentre si trova in pubblico si sta annoiando. È un luogo comune estremamente diffuso sulla comunicazione non verbale. Lo sbadiglio, infatti, è visto come sintomo di sonnolenza e noia. Ma in realtà, secondo le ricerche più recenti, non è così.

Secondo quanto riportano i ricercatori di psicologia comportamentale dell’Università di Albany—USA—lo sbadiglio sarebbe un modo attraverso cui il cervello tenta di aumentare l’ossigenazione nel sangue e diminuire la temperatura corporea. Una sorta di cambio d’aria nei polmoni, che “rinfresca” il sistema. Un riflesso termoregolatore che avviene spesso quando siamo stanchi, ma che non avrebbe niente a che fare con la noia e la comunicazione non verbale.

Chi sta mentendo non ti guarda negli occhi

Un altro grande stereotipo riguardante la comunicazione non verbale è l’idea secondo cui mantenere il contatto oculare con il proprio interlocutore sia sinonimo di onestà e trasparenza. Un aspetto che in realtà non ha niente a che fare con questo.

Come dimostra una ricerca longitudinale svolta in 58 Paesi nel mondo—condotta da un team dell’Università di Amsterdam—spesso le persone distolgono lo sguardo durante il contatto visivo perché si sentono a disagio. Per timidezza, per repulsione, o per paura verso la persona con cui stanno interloquendo. Ma i sentimenti che provano non hanno niente a che fare con la veridicità di quello che stanno dicendo. Si può benissimo essere timidi e sinceri.

Le braccia conserte indicano chiusura e protezione

Veniamo adesso a uno stereotipo che riguarda la postura del corpo. Comunemente siamo portati a valutare le braccia conserte come sinonimo di chiusura verso l’interlocutore. Ovvero pensiamo che chi tiene le braccia conserte non valuti in maniera positiva il proprio interlocutore o quello che sta dicendo e si “protegga”. Ma anche questo è un falso mito.

Secondo quanto osservato dagli psicologi Rod Friedman e Andrew Eliot durante una ricerca sulla comunicazione posturale le braccia conserte spesso sarebbero un gesto che le persone compiono quando sono particolarmente concentrate. Incrociare le braccia sul petto, insomma, indica un livello alto di attenzione. Che questo livello di attenzione sia negativo o positivo, però, dipende interamente dal contesto.

Chi sta mentendo guarda in alto a sinistra

I movimenti oculari sembrano essere parecchio coinvolti nella menzogna secondo l’immaginario comune. Il falso mito secondo cui chi cerca di mascherare la verità sia più portato a guardare verso l’alto o verso sinistra, è diffusissimo. Tanto che in alcune serie televisive a tema psicologico viene spacciato come indicatore espressivo infallibile.

Le ricerche scientifiche in merito, però, ci dicono tutt’altro. Come ad esempio la ricerca del professor Richard Wiseman, esperto in linguaggio del corpo. Secondo cui non soltanto i movimenti oculari laterali—L.E.M, Lateral Eyes Movement—non sarebbero coinvolti nell’atto del mentire, ma non sono correlati a nessun tipo di risposta emotiva in generale. Chi getta degli sguardi in alto a sinistra mentre ti parla, insomma, sta semplicemente guardando in alto a sinistra.

Il 93% della comunicazione è non verbale

Una delle ricerche più famose riguardanti la comunicazione non verbale, la dobbiamo allo psicologo statunitense Albert Mehrabian. Che durante gli anni Sessanta condusse diversi studi in merito, e giunse a delle conclusioni piuttosto radicali. Secondo cui la comunicazione umana è affidata al linguaggio verbale solo per il 7% del totale, mentre il resto è composto dalle informazioni rivelate del tono della voce (38%) e dal linguaggio del corpo (55%).

Ma la verità è che lo studio condotto da Mehrabian è stato diffuso in maniera incorretta. Lo psicologo, infatti, non intendeva condurre uno studio sulla produzione comunicativa totale, ma sulla rilevanza che questa comunicazione ha sugli altri. Ovvero sulla credibilità che suscitano i vari livelli di comunicazione.

In questo senso possiamo dire che il linguaggio verbale, secondo gli studi di Mehrabian, tende a influenzare l’opinione dell’interlocutore in misura molto minore rispetto al linguaggio del corpo.

Immagini: Copertina