Perché dopo che facciamo una figuraccia moriamo dall'imbarazzo?

Perché dopo che facciamo una figuraccia moriamo dall'imbarazzo?

Ce li ricordiamo tutti, come fossero conservati in un archivio mentale pronti a uscire fuori e farci rabbrividire, quando meno ce l’aspettiamo. Sono i momenti più imbarazzanti della nostra vita.

Quella volta in cui ci tremava la voce alla discussione della tesi, quella in cui ci è scappato un condizionale al posto del congiuntivo, quella in cui nostra madre si è messa a litigare col nostro partner davanti a noi.

L’imbarazzo. Ma come e da dove nasce?

Lo specchio come primo motivo di imbarazzo

L’imbarazzo nasce dalla voglia che abbiamo di mostrarci agli altri sempre migliori di quello che siamo. Da un non riconoscimento della propria immagine. Nel senso anche fisico dell’espressione. Alla fine degli anni sessanta, l’antropologo Edmund Carpenter condusse degli esperimenti su una tribù della Papua Nuova Guinea. I Biami. Questi non si erano mai visti allo specchio prima, né in fotografia, né in video. L’immagine che si erano fatti di loro stessi dipendeva dagli altri. Per studiare la loro reazione, Carpenter li mise davanti a uno specchio. La loro reazione fu sconcertante, come ha ricordato il giornalista Simone Anzà.

Erano paralizzati, si coprivano la bocca con le mani e si toccavano la testa. Una volta che capirono di poter vedere la loro anima, la loro immagine, la loro identità al di fuori di se stessi, rimasero stupiti.

Pensa all’imbarazzo che hai provato la prima volta che hai sentito la tua voce registrata. Moltiplicalo per cento e avrai la reazione dei Biami.

È praticamente quello che succede alla maggior parte degli altri esseri umani, ma in tenerissima età. Intorno ai 18 mesi, come ha studiato lo psicologo Rochat. Il cui studio è stato riportato da Giuliano Aluffi sulle pagine del Venerdì di Repubblica. Il bambino a quell’età comincia a mostrarsi contrariato davanti allo specchio, ad esempio, se gli viene applicato sulla fronte un post-it. Perché la sua immagine interiore “non corrisponde con l’immagine esterna”.

La tecnologia alimenta il nostro imbarazzo

Secondo Melissa Dahl, come ha spiegato nel suo libro Cringeworthy, con il progresso della tecnologia aumentano le manifestazioni dell’imbarazzo. I social network hanno creato un disagio dove prima non c’era.

Quante volte ti è capitato di imbarazzarti per uno scambio su FB tra un tuo parente e un tuo collega di lavoro. Ma perché ti ha fatto quell’effetto? Il motivo, come ha spiegato Melissa, è lo stesso scoperto anni prima da Erving Goffman.

La nostra vita sociale è un palcoscenico dove mettiamo in scena una versione diversa di noi stessi a seconda dell’audience. I nostri colleghi vedono una persona. I nostri familiari ne vedono un’altra. Gli amici di vecchia data ne vedono un’altra ancora. Quando queste versioni cozzano tra loro ci rendiamo drammaticamente—ma più spesso comicamente—conto che l’immagine che vogliamo proiettare al mondo è in conflitto con la realtà. Sui social media questo accade tutti i giorni.

Secondo Goffman, come ha scritto la giornalista Ana Swanson, l’imbarazzo segnala la nostra volontà di rispettare le norme sociali. Un modo “non verbale di porgere le proprie scuse”,

O ancora l’imbarazzo, o in certi casi vero e proprio panico, generato da una videochiamata imprevista. Anche da parte di un nostro amico. La paura di non sentirsi pronti.

Come risolvere allora l’imbarazzo?

Lo scrittore americano David Foster Wallace scriveva in Infinite Jest: “La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi”. Ed è proprio questo l’antidoto migliore per combattere l’imbarazzo.

Quello che ci crea disagio, che per noi è imbarazzante, non è detto che sia così visibile anche agli altri. Melissa la chiama “l’illusione della trasparenza”. La paura che i nostri difetti, che conosciamo principalmente noi, possano essere visibili anche agli altri in modo così chiaro.

Se le parole di Wallace non bastano e hai bisogno di qualcosa di più pratico, Melissa consiglia la terapia di esposizione. Andarsi a cercare il più possibile situazioni imbarazzanti, per sgonfiarle di volta in volta.

Altrimenti come consiglia Ana Swanson in un articolo del Washington Post, non c’è niente di male nel sentirsi imbarazzati. Le persone che si imbarazzano più facilmente sono:

Quelle che hanno i comportamenti più “pro-sociali”, quelle a cui interessa di più il benessere altrui e che sono meno inclini a metterlo in pericolo.

Per approfondire

Oltre al libro di Melissa Dahl, Cringeworthy: A Theory of Awkward non ancora uscito in Italia, ti consigliamo di approfondire gli studi di Goffman in La vita quotidiana come rappresentazione e, in aggiunta, questo articolo scientifico di Paolo IagulliErving Goffman e la sociologia delle emozioni. Una buona introduzione all’argomento è Terapia della vergogna. I turbamenti dell’arrossire e dell’imbarazzo di Edoardo Giusti e Maria Frandina.

Immagine di copertina di Caleb Woods