La storia dimenticata della moglie di Albert Einstein

La storia dimenticata della moglie di Albert Einstein

Si dice che dietro a un grande uomo ci sia sempre una grande donna. Non è detto che questa regola valga sempre, ma nel caso di Albert Einstein possiamo dire con certezza di sì. Mileva Marić è un nome che probabilmente non ti suona per nulla familiare, ma si tratta di una donna alla quale la comunità scientifica deve molto. Mileva, infatti, era una fisica serba, e fu proprio durante i suoi studi al prestigioso Politecnico federale di Zurigo (ETH) che incontrò il suo futuro sposo: Albert Einstein. Mentre quest’ultimo oggi viene ricordato come uno dei più importanti scienziati del ventesimo secolo, su Mileva non c’è mai stata altrettanta attenzione, eppure dallo scambio di lettere tra i due emerge chiaramente che il suo contributo alle teorie di Einstein fu fondamentale.

Mileva e Albert condividevano una forte passione per la fisica. Entrambi eccellevano nello studio, ma mentre Albert e i suoi colleghi spiccavano nelle esposizioni orali, Mileva era più portata per il lavoro sperimentale in laboratorio. Nelle cinquantaquattro lettere, scritte tra il 1897 e il 1903, che ci sono rimaste (edite in italiano da Bollati Boringhieri), appare visibile come tra i due ci fosse un’intesa intellettuale particolarmente spiccata, grazie soprattutto al grande desiderio di conoscenza che li accomunava: “Quando ho letto Helmholtz per la prima volta, mi è sembrato così strano che tu non fossi qui accanto a me oggi, e la situazione non migliora. Trovo che il nostro lavoro sia molto benfatto, insieme è più semplice,” diceva Albert in una lettera a Mileva del 1899, lasciando trasparire un’intimità sia sentimentale che mentale. Ma la loro affinità non fu circoscritta a una storia romantica che li condusse dai laboratori di fisica all’altare. Mileva, infatti, era una scienziata brillante e il suo apporto alle ricerche del marito non si limitò a un semplice scambio di lettere: era un’interlocutrice essenziale per la riuscita e per lo sviluppo del lavoro di Einstein.

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Mileva Marič con i figli. Fonte: Wikipedia

Nonostante la grande affinità e la condivisione di obiettivi comuni, la storia tra i due non fu sempre una passeggiata. Fortemente osteggiata dalla madre di Einstein – perché non era né ebrea né tedesca, ma soprattutto perché era troppo “intellettuale” per i suoi gusti – Mileva era in realtà motivo d’orgoglio per Albert proprio per la sua incredibile intelligenza: “Non vedo l’ora di ricominciare a lavorare sulle nostre ricerche; devi assolutamente continuare con i tuoi lavori, come sarei orgoglioso di avere per sposa una dottoressa!” – scriveva nel 1900. Tuttavia, i lavori che presentavano, frutto delle ricerche di entrambi, erano firmati solamente da Albert, e non è ben chiaro il perché di questa scelta. Probabilmente, Mileva voleva aiutare l’allora fidanzato a farsi un nome all’interno della comunità scientifica, così da trovare un lavoro e poterla finalmente sposare.

Dord Krsti, un professore di fisica dell’Università di Lubiana, avanza l’ipotesi che questa decisione possa essere stata determinata da un forte pregiudizio nei confronti delle pubblicazioni scientifiche firmate da donne, malgrado Mileva avesse partecipato attivamente alle ricerche. Non sapremo mai quale fu il motivo reale per cui la coppia firmava gli articoli con il solo nome di Albert, ma una cosa è chiara: Mileva contribuì per certo alla ricerca che portò alla formulazione della teoria della relatività. Lo dice Albert stesso in una lettera del 1901, scrivendo: “Quanto sarò orgoglioso e felice quando insieme avremo portato a una conclusione vittoriosa il nostro lavoro sul moto relativo!”.

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Albert Einstein in una fotografia del 1947 di Orren Jack Turner, Princeton, N.J. Fonte: Wikipedia

Il destino di Mileva, però, cambiò tutto d’un tratto e la sua vita prese una piega ben diversa da quella che aveva programmato. Lei e Albert ebbero una bambina morta in fasce . Provò a rientrare all’università per continuare con le sue ricerche e prendere il titolo che non era mai riuscita a ottenere, ma anche stavolta fallì. Nel frattempo, nel 1903, lei e Albert riuscirono finalmente a sposarsi dopo un lungo periodo di disoccupazione di entrambi ed ebbero un figlio, Hans-Albert, nato nel 1904. A quel punto la vita di Mileva era ormai completamente dedicata alle faccende domestiche, nonostante continuasse ad aiutare il marito nelle sue ricerche. Qualche anno dopo, nel 1908, contribuì anche alla costruzione di un voltmetro ultrasensibile. Anche questa volta, però, Mileva scelse di non includere il suo nome alla ricerca, e quando Conrad Habicht, lo scienziato con cui avevano collaborato per il voltmetro, le chiese il perché, rispose con un gioco di parole: “Warum? Wir beide sind nur ein Stein“ (“Perché dovrei? Io e lui siamo una sola pietra”).

Il matrimonio tra Albert e Mileva finì con un divorzio, formalizzato nel 1919, cinque anni dopo che lei lo lasciò a Berlino e se ne andò insieme ai figli, in seguito a un “amorevole” elenco coniugale che lui si era premurato di farle avere. Il marito aveva avuto per diversi anni, tra le altre, una relazione con una cugina, Elsa, che diventerà poi la sua seconda moglie. Nel frattempo, era diventato uno degli scienziati più acclamati di quegli anni e tra le clausole del divorzio, Mileva specificò che se mai lui avesse vinto il Nobel il premio in denaro sarebbe andato a lei. Albert vinse il premio e la sua carriera diventò quella dello scienziato che oggi tutti conosciamo, la vita di Mileva, al contrario, si concluse nell’ombra, nonostante l’importante contributo che diede alle scoperte del marito. Quelle scoperte che di fatto lo portarono a un immenso successo del quale lei non trasse mai nessun profitto, se non il piacere e la soddisfazione di un lavoro così grande portato avanti insieme.

Fotografia in copertina: Fonte: Wikipedia