In che modo gli uccelli imparano a cantare?

In che modo gli uccelli imparano a cantare?

Tu, arborea driade dalle lievi ali,

Che in una macchia melodiosa

Di faggi verdi e sparsa d’ombre innumeri

Canti l’estate con la felicità della gola spiegata.

Questi incantevoli versi sono tratti dall’Ode all’usignolo di John Keats. Il dolce canto di questo uccello è stato più volte celebrato nel mondo dell’arte. In letteratura, ad esempio nel Romeo e Giulietta di Shakespeare. In musica, da Liszt, Respighi, Vivaldi

Il suo verso è uno dei più riconoscibili all’inizio della primavera. Un canto forte, limpido. Complesso e grazioso.

Ma l’usignolo non è l’unico uccello canoro in natura. È soltanto una delle oltre 4mila specie. C’è il mimo rossiccio, un virtuoso in grado di intonare migliaia di suoni differenti. E poi il tordo dei boschi che canta melodie con toni diversi contemporaneamente. Il tordo americano che può accordarsi ai suoni che lo circondano. Fino ad arrivare al perfetto imitatore, l’uccello lira. Il cui sistema canoro è elaboratissimo. 

Per lo più questi uccelli intonano richiami brevi, ma hanno a disposizione un repertorio molto più vasto. Il canto è fondamentale per la sopravvivenza della specie. Serve come richiamo, a difendere territori, a fortificare legami sociali ecc.

Come fanno questi uccelli a imparare a cantare? 

A spiegarlo molto chiaramente è una lezione di TED, narrata da Addison Anderson e curata da Partha Mitra. Vale la pena di guardarla anche per le animazioni di Lisa LaBracio.

Per spiegare l’apprendimento degli uccelli canori, Mitra parte dall’esempio del “diamante mandarino“. In questa specie, i piccolini imparano a cantare dai maschi adulti. L’apprendimento inizia prestissimo, dal nido. In questa fase di apprendimento sensoriale, l’uccellino ascolta e memorizza. Dopodiché inizia qualche timido tentativo di vocalizzazione. Fa pratica fino a quando non riesce a far coincidere il suo canto con quello che ha memorizzato.

Qui succede qualcosa di molto simile all’apprendimento umano. Può capitare che dopo una lunga sessione di studio, la mattina dopo l’uccellino sia un po’ stonato. Come se ci fosse stato un deterioramento della capacità canora. Quello che capita all’università la mattina di un esame, dopo una notte di studio. In realtà, il deterioramento della memoria è soltanto apparante. Ci si sta preparando a più importanti progressi. Lo studio è stato condotto da Ofer Tchernichovski, neuroscienziato del City College di New York.

Ascoltare il canto dagli adulti, per l’uccellino è utile, ma a un certo punto bisogna iniziare i primi vocalizzi. Altrimenti la capacità di imitazione rischia di compromettersi.

E se nessuno glielo insegna?

La cosa interessante è che l’uccello privo di maestri riuscirebbe comunque a cantare. Teniamo sempre presente i diamanti mandarini. Se alcuni esemplari di questa specie vivono in uno stato di isolamento riescono comunque a intonare delle melodie. Il canto è congenito. Questi “canti innati” sono leggermente diversi da quelli poi appresi in comunità. Ma non troppo. Questo per un motivo straordinario.

Il canto innato è il risultato di milioni di anni di evoluzione. Si tratta di una specie di “hard-disk” dove è salvata un’azione fondamentale per la sopravvivenza. Così, nel caso in cui rimanessero in natura soltanto pochi esemplari isolati, questi riuscirebbero a ritrovarsi, a comunicare, riconoscendosi nel canto.

Nel loro cervello ci sono circuiti neuronali complessi sviluppati proprio per questo. Che si attivano esclusivamente durante il canto. Alcuni scienziati l’hanno scoperto anche nel nostro corpo: ci sarebbe una sezione del cervello dedicata esclusivamente al riconoscimento “delle note musicali”. Essere in contatto con altri esemplari della propria specie e comunicare attraverso il canto, quindi, definisce, negli uccelli, sempre meglio questi circuiti canori e li affina.

Immagine di copertina di Ray Hennessy