Davvero bastano 10.000 ore di pratica focalizzata per diventare dei geni?

Davvero bastano 10.000 ore di pratica focalizzata per diventare dei geni?

Quasi 10 anni fa usciva il libro Fuoriclasse, Storia Naturale del Successo, scritto dal sociologo e giornalista canadese Malcolm Gladwell. Il libro suscitò da subito un grande scalpore, perché si poneva come un’analisi in grado di stabilire quali fossero i parametri per diventare dei geni in qualsiasi settore o attività.

Stando al suo racconto, Gladwell aveva passato anni analizzando i vari aspetti, anche i più insignificanti, delle persone di successo—sportivi di livello internazionale, musicisti di grande fama, imprenditori multimilionari—e mettendoli in relazione fra di loro nel tentativo di capire se la genialità è una caratteristica innata, o se invece tutti possiamo diventare dei “fuoriclasse” nell’ambito che più preferiamo.

Gladwell individuava vari aspetti del successo, ma quello fondamentale riguardava la pratica focalizzata a cui tutti coloro che vogliono diventare dei geni devono sottostare. In sintesi, il giornalista canadese sosteneva che con 10.000 ore di pratica e apprendimento sistematici, chiunque possa raggiungere il massimo livello in qualsiasi settore.

Dedicandosi a un’attività otto ore al giorno, in meno di cinque anni si raggiungerebbero i risultati che si desiderano. Perché era proprio la caratteristica che tutti i soggetti che aveva analizzato presentavano in totale comunanza: ore e ore di pratica focalizzata.

geni-1

In realtà la teoria di Gladwell si basava su uno studio uscito nel 1993 sulla rivista Psychological Review, scritto da tre psicologi—Ralf KrampeK. Anders Ericsson e Clemens Tesch-Romer—che avevano appunto studiato l’apporto della pratica e della determinazione nel raggiungimento del successo.

Secondo il loro articolo—intitolato The role of deliberate practice in the acquisition of expert performance—la nostra concezione del talento naturale sarebbe sovrastimata, e applicandosi con dedizione e sacrificio per almeno un decennio su un’attività, si ottengono i risultati sperati.

Lo studio di questi tre psicologi, reinterpretato e reso celebre da Gladwell, ha ovviamente acceso l’interesse sulla materia: perché i grandi talenti da sempre affascinano, e capire come funziona il loro apprendimento e come raggiungono certi obiettivi è molto interessante. E nel corso di questi anni sono stati effettuati diversi studi sul fenomeno.

Nel 2014, ad esempio, è uscita una ricerca—pubblicata sulla rivista Intelligence—che confuta parzialmente, e in maniera piuttosto dettagliata, la teoria delle 10.000 ore. A condurla è stato un team di psicologi della Michigan State University, che in un lasso di tempo prolungato ha analizzato il background di 1083 giocatori di scacchi professionisti e di 628 musicisti.

In sintesi, le conclusioni a cui giunge questo studio fanno comprendere come l’impegno, la dedizione e la pratica rappresentino solo una parte—per quanto fondamentale—del segreto per il successo. Contano anche le predisposizioni genetiche, le intuizioni estemporanee e perfino il caso.

Già, la casualità: un fattore con cui è difficile confrontarsi. Einstein era certamente un genio, e si era applicato enormemente nello studio della fisica: ma se non si fosse imbattuto casualmente nel libro La science et l’hypothèse di Henri Poincaré (in cui venivano spiegate alcune iniziali teorie sulla relatività dello spazio e del tempo) forse non avrebbe ottenuto la sua scoperta più famosa.

geni-2

La verità, a oggi, è che non siamo ancora in grado di fornire delle spiegazioni su come funziona nel dettaglio il nostro cervello quando apprende: non conosciamo totalmente i meccanismi che rendono certi individui più predisposti verso certe materie, e li fanno essere dei geni.

Il cervello è ancora in buona parte un mistero per l’uomo, e i continui studi sulla percezione e la cognizione che vengono effettuati spesso contrastano fra di loro. Fino a poco tempo fa la comunità neuroscientifica era quasi totalmente incline a sostenere la tesi secondo cui le abilità cognitive migliorano in base a come si sviluppa le rete neurale che le coordina nella corteccia cerebrale.

Ma uno studio pubblicato sulla rivista Neuron ha recentemente messo in crisi questa ipotesi. Sostenendo—attraverso studi sulle aree acustiche nelle cortecce cerebrali dei ratti—che l’abilità non può essere spiegata soltanto tramite l’estensione e la facilità di comunicazione delle reti neurali.

Il segreto del successo, della bravura, e del talento insomma rappresenta ancora un grande punto interrogativo a cui in molti stanno cercando di rispondere.

Immagini: Copertina|1|2