Ioane Teitiota è il primo “rifugiato per cambiamento climatico” al mondo

Ioane Teitiota è il primo “rifugiato per cambiamento climatico” al mondo

La famiglia di Ioane Teitiota non scappa dalla guerra, né dalla carestia o da un dittatore spietato. A spingerla alla fuga – e a chiedere asilo alla Nuova Zelanda – sono gli effetti del cambiamento climatico. In particolare, l’innalzamento del livello del mare, che minaccia di inghiottire il piccolo atollo di Tarawa, la loro casa.

Un arcipelago condannato a finire sott’acqua

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Tarawa è una delle 33 isole che compongono Kiribati, una nazione-arcipelago nell’Oceano Pacifico che conta circa 100.000 abitanti. Le previsioni degli studiosi dicono che tra 30 anni Kiribati potrebbe non esistere più, sommersa dalle acque. A Tarawa, gli effetti di questi cambiamenti sono particolarmente evidenti: l’isola infatti non supera i 3 metri sul livello del mare, e le maree diventano di anno in anno più devastanti. Preoccupato per il futuro della sua famiglia, nel 2014, Ioane Teitiota è stato il primo richiedente asilo al mondo per cause climatiche.

La sua iniziativa, però, non ha avuto fortuna: dopo una lunga battaglia legale, la richiesta è stata respinta dalla Corte d’Appello della Nuova Zelanda, e la famiglia di Ioane è stata rispedita a Kiribati: una decisione che ha fatto notizia e ha sollevato non poche perplessità nell’opinione pubblica mondiale.

I pericoli del clima che cambia, anche in Italia

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Se infatti la richiesta di Teitiota è del tutto inedita, il fenomeno delle migrazioni per cause climatiche è quanto mai reale e pressante. Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, basti pensare che dal 2008 al 2015 ben 203 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case e spostarsi a causa di catastrofi dovute a fenomeni di origine climatica. Di questi, 110 milioni sono stati colpiti dalle alluvioni, 60 milioni da violente tempeste. Del resto, il 2017 ci ha dato conferma della crescente potenza di questi fenomeni climatici, con la rapida successione degli uragani Harvey, Irma, Maria e Ophelia.

Ma non sono solo i fenomeni violenti a mettere in fuga la popolazioni. Al contrario, le migrazioni più importanti potrebbero essere causate proprio da cambiamenti “lenti” come l’innalzamento del livello del mare e la siccità.
Sono entrambi pericoli che ci toccano da vicino: l’innalzamento del mare non riguarda infatti solo isole e atolli come quello della famiglia Teitiota, ma tutte le zone costiere del mondo: secondo il rapporto IPPC del 2013, da qui al 2100 il livello del mare salirà di una misura variabile tra 20 a 80 centimetri. Recenti rilevamenti hanno portato a stime ancora più pessimistiche. Questo significa che milioni di persone dovranno abbandonare la propria casa e cercare rifugio altrove. L’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) ha individuato 33 aree critiche in Italia, tra cui Trieste, la Versilia, Fiumicino, Catania, Cagliari.

Siccità e desertificazione interessano in particolar modo il Sud Italia. Uno studio del WWF stima che il 21% del nostro territorio rischi di diventare un deserto a causa dell’aumento delle temperature, previsto tra i 3°C e i 6°C: Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia, ma anche zone dell’Emilia-Romagna, delle Marche, dell’Umbria e dell’Abruzzo.

Che diritti avranno i migranti climatici?

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Non tutte le persone colpite dagli effetti del cambiamento climatico lasciano il proprio paese. Alcuni non hanno modo di spostarsi, altri lasciano la propria casa ma non superano il confine. Ciononostante, il fenomeno delle migrazioni climatiche minaccia di assumere dimensioni catastrofiche in tempi brevi.

Uno studio della Cornell University ha recentemente stimato che nel 2100 i migranti per cause climatiche saranno addirittura 2 miliardi. Sui numeri si discute molto, ma una cosa è certa: queste persone – milioni o miliardi – non hanno alcuna tutela sul piano dei diritti.

La Convenzione di Ginevra del 1951 non prevede infatti lo status di rifugiato per cambiamenti climatici, una lacuna che i fenomeni più recenti impongono di colmare.

Presto infatti le persone in fuga da un clima ostile saranno più numerose di quelle in fuga dalla guerra.

La proposta a sorpresa della Nuova Zelanda

Ad aprire la strada verso il riconoscimento dei profughi climatici, paradossalmente, potrebbe essere proprio la Nuova Zelanda: dopo il “grande rifiuto” opposto alle richieste di Ioane Teitiota nel 2015, quest’anno la nazione oceanica ha avanzato l’idea di un nuovo modello di visto per i rifugiati per cause climatiche.

Il progetto prevede il rilascio di 100 visti l’anno: apparentemente poca cosa, ma sarebbe un importantissimo primo passo per convincere molti altri Paesi – anche in Europa – a fare lo stesso.

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