Le prove scientifiche che il potere cambia il cervello delle persone

Le prove scientifiche che il potere cambia il cervello delle persone

Da quando gli studi sociologici hanno iniziato ad assumere una funzione interpretativa, il concetto di potere è stato declinato in un’infinità di modi. A cercare di classificare nelle sue varie forme “la capacità di un attore sociale di esercitare un controllo sul comportamento degli altri attori” ci ha pensato Max Weber, studioso tedesco considerato tra i padri fondatori della sociologia moderna.

Nonostante dai suoi studi sia passato più di un secolo, le definizioni del sociologo restano attuali. Per Weber, infatti, il potere è tutto ciò che offre un vantaggio ed è declinabile in due concetti fondamentali: il primo è il concetto di “Potenza“, ovvero “qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte a un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità”; il secondo è il “Potere legittimo“, cioè “la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, a un comando che abbia un determinato contenuto”.

Al di là delle varie definizioni, però, è giusto porre alcune domande: quali conseguenze ha il potere su chi lo esercita? E di conseguenza quali ricadute può avere su chi deve “subirlo”? Il potere logora solo “chi non ce l’ha” come asseriva Andreotti? È ciò che ha cercato di scoprire il giornalista Jerry Useem, che in un articolo sull’Atlantic riassume i risultati degli studi scientifici condotti negli ultimi anni “su come il potere possa cambiare il cervello di chi lo esercita.”

Ebbene: da quanto si evince dai vari risultati, col tempo i leader avrebbero la tendenza a perdere le stesse capacità che li hanno condotti ad assumere un ruolo al vertice del loro gruppo sociale, e politico, della loro azienda.

Tra gli studi citati da Jerry Useem, il più interessante è sicuramente quello condotto da Sukhvinder Obhi, un neuroscienziato dell’università McMaster dell’Ontario che ha scoperto che chi assume un ruolo di potere perderebbe poco a poco la capacità di provare empatia verso i sottoposti.

Per giungere a questa conclusione il team del neuroscienziato statunitense ha utilizzato la tecnica della stimolazione magnetica transuranica su vari soggetti con o senza forme di potere, notando che nei primi il funzionamento dei neuroni a specchio non era ottimale. Secondo la definizione canonica, “i neuroni a specchio sono una classe di neuroni che si attiva quando un individuo compie un’azione e quando l’individuo osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto”. Ciò significa che sono quei neuroni senza i quali non saremmo in grado di intuire se qualcun altro è in difficoltà, comprenderlo, e agire di conseguenza con un certo tatto.

potere 2

In un altro studio condotto nel 2006, invece, era stato chiesto a diversi individui di scrivere una “E leggibile a tutti gli altri in un post-it da apporre sulla propria fronte”. Per i soggetti con qualche ruolo di potere è stato appurato che è stato tre volte più difficile comprendere che era necessario scrivere la E al contrario () per renderla immediatamente leggibile agli altri.

In pratica, questi e altri esempi mostrano ciò che Dacher Keltner, psicologo dell’università della California-Berkeley, ha definito “paradosso del potere”. In pratica, secondo Keltner, il potere sarebbe come una lesione traumatica: chi lo esercita diventa più impulsivo, sprezzante del pericolo e, in un certo senso, maggiormente ego-riferito.

Se per il grande Lev Tolstoj ciò accade in quanto “i vantaggi del potere e di tutto ciò ch’esso procura perdono a poco a poco la loro seduzione, come le nuvole che non hanno forma e splendore se non viste da lontano”, è altrettanto vero che molto spesso ciò succede perché non si hanno punti di riferimento che tengono chi detiene il potere “coi piedi per terra”.

Per Winston Churchill, per esempio, era fondamentale la figura della moglie Clementine: era solita redarguirlo quando notava che il suo buon senso con collaboratori e sottoposti veniva meno.

Secondo uno studio dell’università di Princeton, infatti, affinché un gruppo sociale o azienda funzioni un capo non deve provare per forza empatia, ma è altrettanto vero che perderà gradualmente la sua influenza sui suoi sottoposti che inizieranno ad ascoltarlo sempre meno. E questa dinamica, probabilmente, farà sì che “il cattivo capo” perderà alla fine definitivamente il suo ruolo.

Non scordare mai da dove vieni” è il consiglio, uscito sul Journal of Finance, che hanno elaborato alcuni neuroscienziati per i capi che hanno un po’ perso lucidità. A tal proposito, il giornalista dell’Atlantic riporta un aneddoto che l’amministratrice delegato della Pepsi Indra Nooyi ricorda spesso.

In breve: quando ottenne la grande promozione nel 2001, Nooyi racconta che andò a trovare sua madre per riferirle la bella notizia, la quale però a sua volta le chiese di andare a comprare il latte prima di iniziare il racconto.

Nooyi ricorda che si arrabbiò molto e che rispose davvero molto male, ma continua a spiegare che l’insegnamento impartitole dalla madre rimane tutt’ora fondamentale, in quanto è giusto ricordarsi sempre che le posizioni di maggior prestigio non ci rendono immuni a doveri e obblighi nei confronti degli altri.

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