Gli uomini interrompono più delle donne, lo dice la scienza

Gli uomini interrompono più delle donne, lo dice la scienza

Se lei mi dà un minuto senza interrompermi, glielo spiego.

In qualunque manuale della “buona conversazione” c’è sempre il punto: evita le interruzioni. “Maneggiare l’arte della conversazione”, si legge ad esempio su Stile: “significa prima di tutto lasciare spazio alle persone di esprimersi”. 

Interrompere qualcuno è una cattiva abitudine. Capita a tutti. Magari non ce ne accorgiamo, ma quando qualcuno ce lo fa notare ci imbarazziamo. Non è semplice aspettare il proprio turno, soprattutto se la conversazione ci prende. 

Teal Burrell, in un articolo su New Scientist, ha raccolto alcuni studi interessanti sulle “conversazioni interrotte”. Prima di leggerli facciamo una breve premessa. Spiegando perché le interruzioni devono essere prese seriamente. 

Preservare la propria “faccia”

Il primo a teorizzarlo è stato il sociologo Goffman: tutti noi siamo continuamente impegnati a difendere la nostra “faccia”. La faccia è “l’immagine di sé che vogliamo dare agli altri, in termini di caratteristiche sociali apprezzate e approvate”.

Le interruzioni in particolare la minacciano in tre modi differenti. Il grado d’imposizione dell’interruzione. La distanza sociale tra gli interlocutori. E il potere di un interlocutore rispetto all’altro. Le interruzioni non sono tutte uguali. Esistono quelle positive e quelle negative. Posso cioè sostenere quello che sta dicendo il parlante o posso interromperlo per rubargli il turno.

Un’interruzione diventa più grave se fatta durante una conversazione formale, dove l’alternanza dei turni deve essere maggiormente rispettata. Anche il ruolo dei parlanti influisce sulle interruzioni.

Maggiore è lo status di una persona più consideriamo lecito che interrompa. 

Donne vs uomini

Il primo dato sconfortante è questo: a essere maggiormente interrotte sarebbero le donne. I primi studi a mostrare questa tendenza risalgono agli anni settanta. Durante alcune conversazioni registrate, 46 volte su 48 erano gli uomini a interrompere le donne. Di tempo ne è passato, ma a quanto pare questo tic non è stato estirpato. Visto che nel 2014, uno studio lo ha riconfermato.

È difficile stabilire se gli uomini interrompono di più per una questione di genere o per la loro posizione sociale.

Due ricercatori della Pritzker school of law di Chicago hanno analizzato invece le udienze della corte suprema. Hanno notato che i giudici uomini “non lasciavano finire il discorso tre volte più spesso delle donne, a prescindere dall’anzianità delle colleghe”.

Le donne non soltanto venivano interrotte dai giudici ma anche dagli avvocati. Secondo i risultati raccolti, le donne sarebbero interrotte sia dai colleghi uomini che dalle persone di grado inferiore, “persino quando sono all’apice della carriera”.

Il “mansplaining”

Una delle tante degenerazioni di questa pessima abitudine è quella del “mansplaining”. Il termine, per chi non lo conoscesse, ha il dono della sintesi: indica, come si legge in questo articolo de Il Post,:

Un atteggiamento paternalistico di certi uomini quando spiegano qualcosa di ovvio a una donna perché pensano di saperne di più o che non capisca bene.

La parola è stata coniata nel 2008, in un articolo pubblicato sul Los Angeles Times da Rebecca Solnit. Intitolato, emblematicamente, “Gli uomini mi spiegano le cose“. L’articolo, diventato poi un libro, racconta l’esperienza personale della giornalista. Oggi l’atteggiamento è molto diffuso sul luogo di lavoro e le donne lo subiscono spesso dai colleghi, superiori e non.

È vero che gli italiani si parlano addosso?

Secondo la cultura popolare e una certa letteratura scientifica agli italiani piacerebbe discutere animatamente. Parlando spesso tutti insieme. Questo è vero durante i talk show, o le conversazioni informali. I giapponesi invece, all’estremo, fanno di solito lunghe pause tra un intervento e l’altro. Anche in Svezia, dove si può arrivare ad aspettare un minuto prima di ricevere una risposta.

Nick Enfield dell’università di Sydney ha raccolto tantissime ore di conversazione in dieci lingue diverse, parlate nei cinque continenti. Lo studio ha in parte sfatato questi falsi miti.

L’abilità di parlare a turno senza accavallarsi o aspettare troppo è universale, senza distinzioni linguistiche e culturali.

Quello che si è scoperto è che molte persone, soprattutto di origine anglofona, per intervenire all’interno di una conversazione si affidano a segnali precisi. Come quello dell’intonazione

Interessante è anche il motivo dell’interruzione. Han Li, dell’università della Northern British Columbia in Canada, ha elencato alcune categorie di interruzioni. Le abbiamo riportate qui sotto, così da darti la possibilità durante il prossimo dibattito di essere maggiormente consapevole di quale “interruzione” stai usando.

Le interruzioni cooperative

Accordo: mostra il proprio supporto o elabora l’idea di chi sta parlando.

Assistenza: fornisce una parola o una frase a chi sta parlando.

Chiarimento: chiede una spiegazione a qualcosa che si è appena sentito dire.

Le interruzioni intrusive

Disaccordo: salta direttamente a un altro punto di vista.

Cambio di argomento

Riduzione: parafrasa sminuendo il punto di vista di chi sta parlando.

Immagine di copertina di Cristina Gottardi