Le magnifiche chiese monolitiche scavate nella roccia in Etiopia

Le magnifiche chiese monolitiche scavate nella roccia in Etiopia

L’Etiopia è una terra di antica bellezza e fragilità. Luogo amato dagli esploratori più estremi (nasconde zone come Dallol, dove la temperatura media annuale è una delle più alte di sempre), dove si possono ammirare vulcani impressionanti, come Erta Ale, nella catena montuosa dell’Afar. I più coraggiosi, ad Harar, danno da mangiare alle iene a mani nude, che si nutrono così da secoli.

Ma la bellezza dell’Etiopia fa da controparte anche alla sua delicatezza e fragilità. Pur essendo un Paese in crescita economica, secondo quanto riportato dalle ultime ricerche in campo climatico, il 70% della popolazione dipende dalla pioggia per il suo sostentamento.   

Lalibela è un capolavoro di arte, cultura e storia che riassume perfettamente questa dicotomia. Si tratta di una città della regione di Amara, a circa 2500 metri sul livello del mare, nella zona Semien Wollo, ed è una delle più sacre del Paese.

L’Etiopia è uno dei primi Paesi a essersi convertito al cristianesimo, e nei secoli è diventata una meta di pellegrinaggi. Quello che i visitatori si trovano davanti agli occhi in questa splendida e antica città è una delle massime espressioni dell’architettura religiosa. Una città nata per essere una rappresentazione simbolica di Gerusalemme.

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Intorno al XII secolo, il re Gebre Mesqel Lalibela, venerato come un santo, vide Gerusalemme (poco prima che cadesse in mano ai musulmani nel 1187) e decise di costruire un luogo che ne ricalcasse la magnificenza, rappresentandola simbolicamente. A testimoniarlo ci sono i nomi dei luoghi, come ad esempio il fiume ribattezzato “Giordano“.

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Ma sono soprattutto le chiese monolitiche a rapire l’occhio (e il cuore) dei visitatori: capolavori maestosi scolpiti nella pietra a simboleggiare la spiritualità e l’umiltà del luogo. Queste chiese sono immerse sotto terra di 40, a volte 50, metri e hanno aperture nella parte alta, scanalate a croce, che lasciano entrare la luce del sole all’interno.

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Per raggiungere le entrate delle varie chiese i fedeli devono letteralmente passare sottoterra e attraversare varchi scavati nella roccia, a volte, grandi soltanto per far passare una persona alla volta.

Oggi questo sito è diventato Patrimonio dell’UNESCO e comprende 11 chiese, tra le quali spiccano la Biete Medhane Alem (che si ritiene essere la più grande chiesa monolitica del mondo), la Biete Maryam (la più antica tra il gruppo di Lalibela), la Bet Giorgis (quella conservata meglio) e la Biete Golgotha Mikael (nota per le sue pitture murali e probabilmente il sepolcro del re).

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Queste antiche chiese vennero scoperte dagli europei molto tardi, trecento anni dopo. Le descrizioni di quei primi esploratori spiegano benissimo lo stupore che si prova ad ammirarle per la prima volta. Il sacerdote Francisco Álvares scriveva: “Non mi affanno a scrivere di più su questi edifici, perché mi pare che non sarei creduto se ne scrivessi ancora… Ma giuro su Dio, nel cui potere io sono, che tutto ciò che ho scritto è la verità”.

A quella prima spedizione di visitatori ne seguì un’altra, dopo altri trecento anni, nell’Ottocento inoltrato. A quel punto, Lalibela divenne un oggetto di studio molto importante per i ricercatori di architettura rupestre.

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La datazione generalmente accettata vuole l’inizio dei lavori durante il regno di Lalibela ma terminati nel XIV sec. Alcuni ricercatori credono che determinate chiese siano state inizialmente scavate nella roccia mezzo millennio prima, come fortificazioni e che il nome di Lalibela sia stato aggiunto dopo la sua morte.

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Qualcun altro crede che siano opera dei Cavalieri dei Templari ma non è stato ancora trovato nessun dato evidente che confermi questa ipotesi. La più suggestiva resta quella degli autoctoni. Una spiegazione storica e divina allo stesso tempo: e cioè che il re Lalibela sia stato aiutato da un esercito di angeli a completare le 11 chiese in una notte sola.

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