Su alcune isole Fiji per entrare bisogna chiedere il permesso con un

Su alcune isole Fiji per entrare bisogna chiedere il permesso con un "bouquet di radici"

Le tradizioni più antiche, che sopravvivono da secoli in ogni parte del mondo, stanno scomparendo e con loro se ne va anche il significato più profondo delle varie culture. In un mondo sempre più globalizzato ed esplorato, i posti tendono tutti a uniformarsi, e le usanze, quando non scompaiono, diventano spesso folclore turistico.

Nei nostri “viaggi virtuali” ti abbiamo raccontato la rarissima pasta che viene realizzata ancora a mano da una sola donna a Nuoro; il villaggio su un’isola greca dove si parla da duemila anni la lingua dei fischi; il canto a tenore sardo, tra i suoni più antichi del mondo; il kathakali, l’arte di “recitare con gli occhi” in India; le rievocazioni storiche italiane più suggestive; l’ultima tatuatrice filippina, di una stirpe millenaria; e la varietà delle tradizioni giapponesi.

Per continuare questo straordinario percorso nella storia, vogliamo parlarti della cerimonia che ancora sopravvive in alcune isole Fiji, le più remote: quella del bouquet di kava.

In molte isole questa pratica è scomparsa, in altre è diventata una cerimonia turistica, ma in alcune ha mantenuto quel significato profondo che conserva da secoli. Per entrare in uno di questi villaggi bisogna portare con sé un bouquet di radici di kava che è parte integrante della cultura delle Fiji (e non solo).

L’offerta di questo fascio di radici è un gesto di rispetto e permette di instaurare uno speciale rapporto tra l’ospite e il visitatore, grazie al quale quest’ultimo viene a far parte integrante della grande “famiglia della comunità“.

Il kava, secondo la simbologia delle isole, è portatore di armonia e di pace, è un invito al dialogo, un antidoto contro le ostilità. Una volta portate le radici queste si possono bere insieme, come segno di socialità (berlo da solo non si fa mai, perché è sinonimo di stregoneria). Si beve generalmente in silenzio.

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La radice che viene donata al capo villaggio viene polverizzata e allungata con acqua fresca, per togliere il sapore di erba, terra e il gusto amaro. Si beve in una piccola noce di cocco, e si battono le mani una volta pronunciando la parola “bula” all’inizio della cerimonia. Una volta terminato l’atto, la si restituisce con un “vinaka” (grazie), battendole altre tre volte.

Una volta che il capo riceve il bouquet di radici (a volte senza la cerimonia della bevanda) si ha il permesso di visitare la comunità, accompagnati da una donna.  A quel punto si diventa automaticamente parte integrante del villaggio.

In questi luoghi, assai poveri, ognuno scambia qualcosa con l’altro, e così anche gli ospiti devono fare la loro parte. Scambiare i favori e i regali è una pratica costante che assicura a tutti la propria sopravvivenza e solidifica ancora di più i rapporti, rendendo tutti interconnessi, così che nessuno si senta solo e abbandonato.

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Una tradizione che bisognerebbe fare nostra, anche qui dall’altra parte del mondo, in un momento storico in cui nonostante siamo in diretto contatto attraverso tablet, cellulari e computer, non ci rendiamo conto di quanto siamo soli e di quanto avremmo bisogno di sentirci parte più attiva di una comunità, condividendo qualcosa di più profondo che un semplice post.

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